Dodici voti contro sette, il consiglio di sorveglianza di Volkswagen ha bocciato il piano di ristrutturazione di Oliver Blume con una chiarezza che non lascia spazio a nessun dubbio. Ora, però, sembra di vedere un loop.
Il piano, secondo quanto riportato da Reuters citando fonti anonime, prevedeva tagli fino (persino oltre secondo alcune fonti tedesche) a 100.000 posti di lavoro nel Gruppo e la possibile chiusura di quattro stabilimenti in Germania. Una misura radicale, pensata per rispondere alla concorrenza cinese, ai dazi americani e a una competitività interna che si sta erodendo anno dopo anno. Il consiglio, quindi, l’ha respinta: si ripartirà con nuove negoziazioni e sarà una danza, in ogni caso, dolorosa.

La governance di Volkswagen è, per struttura, un campo minato. I rappresentanti sindacali e lo Stato della Bassa Sassonia detengono insieme la maggioranza nel consiglio di sorveglianza, una configurazione che trasforma ogni decisione strategica in una trattativa politica. IG Metall, il più grande sindacato industriale tedesco, ha già portato i lavoratori in piazza davanti agli stabilimenti del gruppo in tutta la Germania.
Dopo la riunione, Volkswagen ha diffuso una nota che non menziona licenziamenti né chiusure. Parla invece di un vago “piano futuro” che ribadisce obiettivi già esistenti, obiettivi che, precisa il comunicato, non richiedevano nemmeno l’approvazione del consiglio.
Nel frattempo, i numeri di Volkswagen continuano a peggiorare. I margini di profitto si sono dimezzati negli ultimi cinque anni. Nel secondo trimestre le consegne sono calate dell’8,6%, a 2,07 milioni di unità, il calo trimestrale più pesante in quattro anni. Il primo semestre chiude a 4,12 milioni di unità, giù del 6,3% rispetto all’anno precedente. La Cina, mercato un tempo dominato, segna un crollo del 25,9% nel semestre. I guadagni in Sud America e in Europa tamponano solo parzialmente l’emorragia.

Blume si trova stretto tra una struttura di governance che pesa come un’ancora e una concorrenza che non aspetta. Lo Stato della Bassa Sassonia avrebbe anche valutato di presentare una propria proposta durante i lavori del consiglio, per poi rinunciarvi senza spiegazioni. Il terreno sembra molto scivoloso anche sul fronte politico.
