Accise mobili, lo strumento che il Governo sta valutando

Il prezzo della benzina sfonda quota 2 euro tra speculazioni e “taskforce” governative. Come funziona il gioco delle accise mobili.
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Varcare la soglia di un distributore oggi somiglia sempre più a un atto di fede o a un salasso premeditato. Quando il display della pompa segna i 2 euro al litro, con picchi surreali che in alcune zone lambiscono i 2,50, non siamo più nel campo della fluttuazione di mercato, siamo in un dramma sociale. Eppure, nei palazzi del potere torna a farsi strada un fantasma del passato, ovvero le accise mobili. Una misura che sembrerebbe si stia valutando, ma molto cautamente. Come tutto ciò che fa respirare cittadine e cittadini.

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Quello delle accise mobili è un meccanismo che sa di già visto, un’eredità del 2007 riesumata dal cassetto delle emergenze perché la pressione popolare sta diventando, comprensibilmente, insostenibile. La logica della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, supportata a gran voce dai vertici del Movimento 5 Stelle è semplice: se il prezzo del petrolio sale, lo Stato incassa automaticamente più IVA.

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Quel surplus di gettito non è un regalo della provvidenza per le casse pubbliche, ma un prelievo forzoso indiretto che andrebbe restituito immediatamente ai cittadini abbattendo la componente fissa delle accise.

La Premier Giorgia Meloni, dal canto suo, risponde con la classica “melina” della taskforce di monitoraggio e la formula del “ci stiamo lavorando”, un approccio che troppo spesso serve a prendere tempo mentre il cittadino perde soldi.

Il funzionamento di questo strumento è meno arcano di quanto la politica voglia far credere. Il prezzo alla pompa è una torta divisa in tre: il prezzo industriale, l’IVA al 22% e le accise. Un sistema perverso dove la tassa viene applicata su un’altra tassa.

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Le accise mobili dovrebbero servire proprio a stabilizzare questo caos, usando l’extra-gettito IVA per ridurre il peso fiscale fisso. Ma la norma attuale, ritoccata dal governo nel 2023, soffre di un’ambiguità sospetta: non specifica la soglia d’aumento necessaria per far scattare il taglio, lasciando tutto nelle mani di una decisione politica che tarda ad arrivare.

Il paradosso più amaro, tuttavia, è quello denunciato dai gestori: il greggio che paghiamo oggi come se fosse oro è stato acquistato e consegnato ben prima delle tensioni nello Stretto di Hormuz. Siamo di fronte a una speculazione preventiva, un aumento senza giustificazione immediata se non l’ingordigia dei mercati.

Il Codacons stima che servirebbe un taglio di almeno 15 centesimi per riportare il caro carburanti a livelli accettabili. E non è solo una questione di mobilità, poiché oltre l’80% delle nostre merci viaggia su gomma, ogni centesimo regalato alla pompa si trasforma in un aumento del prezzo del pane e del latte. Riempire il serbatoio non è un gesto meccanico, è una tassa sulla sopravvivenza che lo Stato continua a riscuotere serenamente.