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Leclerc: “Il mio obiettivo è stare davanti a Vettel”

Charles Leclerc
Charles Leclerc

Finché non lo ottieni, non lo “incontri di persona”, non puoi esattamente sapere se il successo possa o meno cambiarti, soprattutto se ottenuto così, in un lampo, a giovanissima età. Per questo la storia di Charles Leclerc è tanto interessante, l’enfant prodige o il predestinato come in tanti lo chiamano. Forse però l’appellativo lo limita, limita un asso del volante, che, dopo aver sfiorato il primo exploit in Bahrain, ha compiuto il proprio destino in Belgio. Poi il punto più alto, quando all’Autodromo di Monza, in casa Ferrari, affilando gli artigli (anche contro il compagno di paddock Sebastian Vettel), si è presentato all’appuntamento con la storia. Anzi, con la “Storia”. Perché la Ferrari è un patrimonio mondiale, ma principalmente italiano, l’incarnazione della qualità artigianale declinata su carrozzeria, leader della Formula 1 in plurime occasioni.

Il tripudio di bandiere tricolori testimonia che nel Belpaese l’amore per il Cavallino Rampante è tale e quale ai giorni migliori. Alberto Ascari, Juan Manuel Fangio, Niki Lauda e Michael Schumacher: queste sono solo alcune leggende che non hanno saputo resistere all’appeal della Rossa, imprimendo il proprio nome nell’albo d’oro. In totale dodici campionati piloti in bacheca, l’ultimo dei quali risalente però a una vita fa, nel 2007, con Kimi Raikkonen. L’era turbo-ibrida è stata dominata dalle Mercedes, che avanzano, inesorabili, verso la sesta doppietta consecutiva.

Presto però il predominio potrebbe finire: Charles Leclerc ha i numeri per portare a termine il compito non riuscito, prima di lui, a Fernando Alonso e (almeno finora) Sebastian Vettel. Il talento c’è, la testa pure e il carattere lascia ancor più stupiti: le pressioni gli fanno il solletico. Può esserci un “certo” Lewis Hamilton con il fiato sul collo, tanto lui gestirà tutto come se fosse normale amministrazione, come se qualcuno da lassù lo proteggesse. Gli angeli custodi si chiamano Hervé, il padre, e Jules Bianchi, scomparso il 5 ottobre 2014 al volante della sua Marussia dopo il fatale schianto contro una gru durante il GP del Giappone.

Un tragico incidente quello del prospetto della Ferrari Driver Academy, che riportò ferite mortali e 9 mesi dopo spirò. Un terribile dramma che, a distanza di anni, provoca immenso dolore in Leclerc, tra i suoi migliori amici. I due, infatti, sono cresciuti insieme tra kart e piste, tanto che il giovane monegasco (in prossimità di festeggiare 22 anni il prossimo 16 ottobre), entrò nel vivaio di Maranello su intercessione del collega francese, considerato un fratello maggiore, un padrino. In occasione della triste ricorrenza, Charles Leclerc ha voluto ricordare Bianchi attraverso un messaggio. Qui sotto riportiamo integralmente l’intervista rilasciata prima di Sochi all’eccezionale Roberto Chinchero per Motorsport, ricca di passaggi interessanti.

Charles, come va?

“Bene, sono in un periodo molto bello della mia carriera”.

In poco più di un anno sei passato dai primi passi in F.1 all’esordio in Ferrari, fino alla vittoria con il Cavallino. Quanto è cambiata la tua vita?

“Non poco. Dal punto di vista personale la mia vita è cambiata da quando sono diventato pilota Ferrari ed è stato un cambiamento notevole. Ma, soprattutto, dopo aver vinto in F1, la gente mi ha visto sul podio, ed oggi mi capita di essere riconosciuto quando sono in giro.

Anche sul fronte professionale la mia vita è cambiata, pur mantenendo gli obiettivi originali, perché all’inizio ho dovuto abituarmi ad interagire con tante persone, e nei primi momenti è intimidente, perché hai paura di dire una cosa sbagliata, ma poi mi sono abituato. E poi ci sono… tanti media”.

Com’è cresciuto il tuo rapporto con gli ingegneri?

“All’inizio c’è sempre un po’ di soggezione, è stato così anche quando sono arrivato in Alfa Romeo, ma la squadra era più piccola e mi sono ambientato subito, mentre in Ferrari è stata un’altra storia.

Nelle prime gare non ho osato dire cosa avrei voluto, cercando di adattarmi alla monoposto e mi è sembrato giusto farlo. Poi gara dopo gara ho visto che anche la squadra era ben disposta nel cercare di venirmi incontro, così ho colto l’opportunità per dire cosa avrei voluto, e abbiamo lavorato insieme in quella direzione. È stato uno step molto positivo.

Quanto è importante la relazione con i tecnici in Formula 1?

“Molto. Se non hai la relazione giusta con i tuoi tecnici è un problema, devi essere sintonizzato completamente con chi lavora per te”.

Passiamo ai tuoi progressi in qualifica. Che lavoro hai svolto per fare un così deciso passo avanti?

“Ho cambiato l’approccio nella mia testa. Prima davo sempre il 100%, in ogni situazione, ma quando sei sempre al limite ragioni di meno. Adesso uso la Q1 e la Q2 per prendere le ultime informazioni, verificando in ogni curva se c’è qualcosa da limare, e poi provo a mettere tutto insieme nella Q3”.

Durante la pausa estiva, a causa degli esiti delle ultime gare, la situazione per la Ferrari non sembrava delle migliori. Ti aspettavi di ritrovarti a lottare per il successo in tutte le gare dalla ripresa del campionato?

“Siamo tutti sorpresi nel vedere il grande passo avanti che abbiamo confermato nelle ultime gare. La squadra a Maranello ha fatto un lavoro assolutamente incredibile. A Monza è arrivata la power unit (spec 3) che ha confermato un grandissimo lavoro, ed anche il pacchetto aerodinamico portato a Singapore ha fornito dei grandi risultati, superando anche le attese.

“È il frutto di un lavoro fatto nel buon ambiente che si vive nel team, con Seb condividiamo tutte le informazioni e questo è un elemento importante”.

Ultimamente i tuoi team-radio hanno fatto parlare più della performance in pista. Ti fa paura essere sotto i riflettori?

“Ho sbagliato e non mi spaventa, a Singapore eravamo primi e secondi, però io con l’adrenalina ho esagerato un po’. La mattina mi alzo e penso a vincere, vado a letto la sera e penso a vincere, e quando sono in monoposto non posso che pensare a vincere, e con l’adrenalina a Singapore ho parlato troppo, anche quando non era necessario farlo”.

Però quel “datemi tutto” è piaciuto a molti appassionati…

“Volevo vincere, ma non avrei preso dei rischi che avrebbero potuto mettere a rischio il risultato di squadra, questo era ben presente nella mia testa. Dietro quel messaggio c’era la mia voglia di far bene”.

La Formula 1 è uno sport di squadra che contiene al suo interno una sfida individuale. È difficile gestire due aspetti così contrastanti quando si è parte di un top-team come la Ferrari?

“Io voglio battere Seb, e Seb vuole battermi, ma gli interessi della squadra nel suo insieme hanno la priorità. Ci vuole sempre un compromesso”.

Però a fine anno, quando si tirano le somme, sai bene che il primo confronto è sempre tra i compagni di squadra…

“Sicuramente, ed è anche giusto perché il compagno di squadra è l’unico che ha la tua stessa monoposto e sarà sempre così. Il mio obiettivo, come credo sia per ogni pilota, è stare davanti al proprio compagno”.

Quando sta per prendere il via un Gran Premio, hai mai pensato che rappresenti una grande azienda?

“Quando ti ritrovi in bagarre con il tuo compagno di squadra ci pensi, sai che da quello che fai dipende il risultato del lavoro di mille persone, e se sono in lotta con Seb è un aspetto che tengo in considerazione, non puoi prenderti rischi. Ce l’hai sempre un po’ nella testa”.

Ti abbiamo sentito spesso metterti in discussione, è questo che ti consente di crescere?

“È la testa che fa tutto, analizzo ogni cosa che faccio per capire se posso far meglio, è così che ho sono cresciuto negli anni. Quando metto la macchina a muro, come in Germania, capisco subito che è colpa mia, non posso che prendermela con me stesso.

“Ero con le gomme slick sotto la pioggia, ma non dovevo sbagliare. Per crescere devi capire ed ammettere i tuoi errori, è un approccio che funziona per me, non è detto che sia lo stesso per tutti”.

Quando hai capito che un giorno saresti arrivato in Formula 1?

“Dopo aver vinto la GP3 Series ho iniziato a pensarci. Ho vinto bene, ero parte della Ferrari Driver Academy, potevo contare su Nicolas (Todt), c’era un pacchetto che poteva consentirmi di fare il salto. Ma sapevo che dipendeva da me”.

La tua immagini sul podio di Monza ha fatto il giro del mondo. Cosa hai pensato quella domenica sera prima di dormire?

“Non ho dormito! Ci ho provato ma non ce la facevo, così ho guardato mille volte le immagini della premiazione con la gente che cantava l’inno, è stato pazzesco!.

Dopo Spa ho subito iniziato a pensare a Monza, non ho avuto tempo per fermarmi a pensare alla vittoria belga, ma dopo Monza ho ripensato molto a quanto è accaduto. È stata una settimana molto, molto speciale, iniziata a Milano con l’incredibile pubblico arrivato in piazza Duomo per la festa Ferrari.

Sentire la gente urlare il tuo nome beh, ti colpisce, non mi aspettavo quel calore da parte del pubblico”.

È vero che al lunedì rivedi sempre la gara del giorno prima?

“Sempre, è una mia abitudine, lunedì. E le guardo con il commento italiano”.

Il lunedì dopo Monza sarai stato soddisfatto da quanto hai visto…

“In realtà ho commesso qualche sbavatura nel duello con Lewis. Alla Roggia sapevo che era alla mia destra, lui ha staccato un po’ prima, ma poi ha rilasciato i freni e non mi aspettavo quella seconda mossa, quando ho visto che è andato dritto ho capito che forse l’avevo stretto troppo, ma non è stato intenzionale”.

Hai superato gli obiettivi che ti eri posto alla vigilia della stagione?

“Sono contento, il mio target principale era avere un’evoluzione durante il campionato, ed ovviamente non ho ancora finito il mio lavoro. Sarò contento se da qui alla fine del Mondiale continuerò a crescere”.

C’è politica in Formula 1?

“Provo a starne fuori e penso che non cambierò. Voglio restare me stesso, e credo che ci riuscirò”.

Seb tiene molto alla sua privacy, mentre Lewis, al di fuori dai campi di gara, resta spesso sotto i riflettori. A chi assomigli di più?

“Come Lewis, anche io sto per dare il via alla mia linea di abbigliamento, è una cosa che volevo fare da tempo. Su questo fronte sono più simile a Lewis, mi piace mettermi alla prova su altri fronti: è un approccio che mi aiuta a staccare la spina dopo i weekend di gara”.

Sei arrivato a 2,3 milioni di follower su Instagram, hai pensato alle controindicazioni della popolarità? Alla possibilità di ritrovarti fotografato ovunque?

“Sono consapevole che esiste questa possibilità, ma al momento non ci penso”.

In Italia hai un seguito incredibile…

“Mi rendo conto, sento il calore della gente. Ma i tifosi Ferrari sono unici ovunque andiamo, e sostengono tutta la squadra, non solo i piloti”.

In meno di due stagioni sei entrato nell’olimpo dei top-driver di F1…

“Mi fa piacere, non lo nego, ma devo ancora compiere 22 anni e so che ho tanti aspetti che posso migliorare ed affinare.

Singapore ha dimostrato che devo ancora crescere, e non parlo solo di performance, ma ad esempio nel feedback da fornire agli ingegneri, che è un aspetto cruciale per fare passi avanti”.

Lewis sottolinea spesso che quando si lotta per il titolo l’approccio alla gara è diverso. Pensi che quando sarai in corsa per il Mondiale dovrai cambiare qualcosa nella tua visione di gara?

“Ha ragione, quando lotti per il titolo l’approccio in certe situazioni cambia, ma anche oggi non posso permettermi di buttare via punti, lotto con Verstappen, Seb e anche Bottas, perché è raggiungibile nella classifica del Mondiale. Non posso permettermi di gettare al vento un risultato”.