La Citroën 2CV ha un dilemma da risolvere e che ha a che fare con l’identità: quasi nessuno la chiama 2CV. Solo in Francia e nei Pesi francofoni, Deuche, Deudeuche, Deux-Pattes, petit canard. Prima di arrivare alla sigla ufficiale, dunque, la gente ha già esaurito mezzo vocabolario affettivo.
Colpa, o merito, di un acronimo da ufficio tributi. “2CV” indicava la potenza fiscale, due cavalli, e in francese diventò subito “Deux-Chevaux”. La meccanica ci mise del suo: il bicilindrico da 9 CV regalò il soprannome “Deux-Pattes”, due zampe, mentre certi proprietari la trattano da parente chiamandola Titine o Dodoche. Si chiama con una sorta di nome in codice, si usa poi col nome di famiglia.
Il bello è che l’icona francese ha avuto tutto il tempo di farsi amare. Ben 42 anni di produzione, 5.114.969 esemplari tra il 1949 e il 1990, una decina di stabilimenti sparsi tra Levallois-Perret, Quai de Javel, Forest, Vigo, Mangualde, Slough e Capodistria, più Argentina, Cile, Iran e Vietnam. Ogni paese, neanche a dirlo, l’ha battezzata a modo suo, li hanno elencati tutti (o quasi) i francesi di AutoPlus.
In Germania è “Die Ente”, l’anatra, e lo stesso vale per Repubblica Ceca e Ungheria. Gli olandesi hanno scelto “Lelijk Eenje”, il brutto anatroccolo, e la stampa anglosassone si è accodata con l’”ugly duckling”. Gli inglesi, più cattivelli, hanno guardato la lamiera sottile e le forme tonde e hanno detto “Tin Snail”, lumaca di latta. In Argentina e Cile è una rana, in Senegal un rospo, in Spagna una capretta, un asino o, per i furgoni, un tacchino. La Danimarca, vedendola rollare in curva, ha pensato a un cavallo a dondolo.
Poi ci sono i nomi senza troppi complimenti per la (pur sempre mitica) 2CV. I norvegesi la chiamano “Jernsenga”, letto di ferro. I finlandesi “Rättisitikka”, la Citroën stracciona, per via della capote in tela. In Tunisia vince la franchezza: “Karkassa”, carcassa, punto. Nei Balcani è “Spacek”, il piccolo mostro, e in Iran, per contrasto, diventa “Jian”, il leone ruggente.
In Russia circola “dechevo”, che suona come la sigla ma significa anche “economico”. Non è un caso, a giudicare da chi la comprava: famiglie alla prima automobile, studenti al verde, artigiani, e solo più tardi collezionisti e turisti a caccia di guida a cielo aperto. In Svizzera tedesca è “Döschwo”, in Cile la versione a tre volumi è “Citroneta”, e sul fronte algerino un furgone militare fu promosso a “terrore del Djebel”.
In fin dei conti, però, nessuno insulta così a lungo qualcosa che non ama. Citroën lo sa e ci gioca: “Deuche” e “brutto anatroccolo” sono finiti nelle campagne recenti, e la concept ha persino immaginato i soprannomi su una targa digitale esterna. Nel 2028 la 2CV tornerà come elettrica. La chiameranno “Deux-Volt”?


