Le rassicurazioni arrivate dal tavolo del 14 luglio con il ministro Adolfo Urso non sono bastate a riportare serenità nello stabilimento Stellantis di Melfi. La “centralità” del sito lucano nel Piano Italia è stata ribadita ancora una volta, ma tra gli operai prevale un sentimento molto diverso: quello di chi, ogni giorno, misura la distanza tra gli annunci e ciò che accade realmente sulle linee.
Tra vendite in calo, ritmi ridotti e cassa integrazione, gli operai Stellantis di Melfi temono nuovi tagli e guardano con scetticismo al futuro
Neppure l’arrivo del nuovo SUV Alfa Romeo, atteso dal 2027 e destinato alla produzione a Melfi, sembra aver cambiato il clima. «Annunci su annunci», racconta una fonte interna allo stabilimento. «Ora c’è la nuova Alfa Romeo che sarà presentata a settembre, ma la verità è che le auto che produciamo non vendono. Dalla nuova Compass alla DS N°8, sono modelli grandi e troppo costosi».
A preoccupare sono soprattutto i ritmi produttivi. Sulla linea sarebbero state impostate circa 150 vetture per turno, quasi la metà rispetto ai livelli raggiunti nel mese di giugno. Un rallentamento che viene letto come il segnale di una domanda ancora debole, incapace di sostenere i volumi promessi.

Tra i lavoratori il tema dell’elettrico torna continuamente. «Queste auto non potremmo permettercele neppure noi che le costruiamo», spiega la fonte ai microfoni di Basilicata24.it. «Alla fine molte persone scelgono altri marchi, perché cercano utilitarie più economiche». A pesare sono anche i dubbi sull’uso quotidiano delle vetture a batteria: poche colonnine, infrastrutture considerate insufficienti e difficoltà di ricarica per chi non dispone di un garage.
Non convince completamente neppure l’ibrido. Secondo alcuni operai, i consumi reali resterebbero elevati e il diesel continuerebbe a rappresentare la scelta più pratica per molti automobilisti.
Sul futuro di Melfi pesa anche ciò che sta accadendo in Germania. Le ipotesi di forti riduzioni dell’occupazione nel gruppo Volkswagen entro il 2030 vengono osservate con grande attenzione. «Quello che succede lì potrebbe anticipare ciò che accadrà da noi», sostiene un lavoratore. Il timore è che la capacità produttiva europea, superiore alla domanda, possa tradursi in altra cassa integrazione e, più avanti, in tagli al personale.

Le parole dell’amministratore delegato Antonio Filosa e le dichiarazioni dei sindacati non riescono, per ora, a dissipare le paure. «Se si continuerà a puntare tutto sull’elettrico, rischiamo di restare senza lavoro», conclude la fonte. A pagare il prezzo più alto, secondo gli operai, potrebbero essere soprattutto i colleghi tra i 30 e i 40 anni, costretti ancora una volta a lasciare la Basilicata per cercare altrove un futuro più stabile.
