Maranello viveva di motori V12 urlanti, fiumi di benzina e passione rosso corsa. Poi è arrivato il 25 maggio a Roma, dove la Ferrari ha svelato la Luce, la sua prima auto di serie completamente elettrica. Sviluppata con il pesante tocco estetico dell’ex guru del design Apple, Jony Ive, questa quattro porte a cinque posti fa il suo ingresso nel mercato dell’ultra-lusso con un prezzo di partenza sbalorditivo di 550.000 euro.
Parliamo di un mostro da record: oltre 1.000 cavalli, quattro motori elettrici, una velocità massima che supera i 310 km/h e un’autonomia dichiarata di oltre 500 chilometri. Eppure, quando è calato il sipario, il web non ha applaudito (se restiamo in Occidente) Anzi, ha persino riso. Derisa brutalmente sui social, la Luce ha immediatamente trascinato le azioni Ferrari a un crollo di circa l’8%. Una punizione costosa inflitta da investitori per nulla convinti.

A Maranello avrebbero perso completamente la testa? Enrico Galliera, responsabile marketing e commerciale di Ferrari, ha sganciato la vera bomba durante l’evento di lancio, dichiarando che il loro cliente target principale è qualcuno che possiede già un’auto elettrica.
Si tratta di una svolta filosofica radicale per il marchio. La Luce, quindi, va deliberatamente a pescare in un acquario completamente diverso: quello di una tech-élite ultra-ricca per la quale l’eredità meccanica del passato conta poco. Insomma, siamo più a Oriente che a Occidente. Anche i media cinesi ne sono convinti, e a ragione, verrebbe da dire.

Ferrari spera silenziosamente che la Luce possa far risorgere le sue fortune in Cina, un mercato immenso dove i tradizionali motori a combustione interna affrontano ostacoli normativi brutali e pesanti tasse di lusso.
Le vendite del Cavallino nella Cina continentale si sono progressivamente contratte, passando dalle 1.500 unità del 2022 (pari all’11,7% delle vendite globali) a misere 900 unità nel 2025 (appena il 6,9% del business complessivo). Importare una Ferrari in Cina comporta un carico fiscale complessivo da brividi del 75%, raddoppiando di fatto il prezzo di un modello Ferrari rispetto ai mercati esteri. Al contrario, le auto elettriche pure godono dell’esenzione totale dall’imposta sui consumi e dell’immatricolazione immediata.
Il mercato cinese è già saturo di elettriche ultra-lusso domestiche che non hanno alcuna intenzione di aspettare l’Italia. Eppure, Ferrari ha fatto qualcosa che giganti tradizionali hanno impiegato anni e miliardi di perdite a capire: ha ingegnerizzato una piattaforma elettrica dedicata partendo da zero, riconoscendo che in Cina il patrimonio storico è spesso visto come una zavorra piuttosto che come un valore.
Ferrari ha capito questo cambio di paradigma. Il capo del design Flavio Manzoni ha spiegato che mentre le supercar tradizionali inseguono una deportanza aggressiva, i veicoli elettrici esigono la riduzione estrema del coefficiente di resistenza aerodinamica, imponendo una forma pura, piatta e continua. È un distacco netto, che ha spinto l’ex presidente della Ferrari Luca di Montezemolo a ironizzare: “Almeno i cinesi non la copieranno”. La provocazione, però, potrebbe ritorcersi contro i tradizionalisti: la tech-élite cinese potrebbe davvero comprare, entusiasticamente, questa rivoluzione silenziosa.
