Per Stellantis non è più tempo di rinvii. Il gruppo guidato da Antonio Filosa si avvicina alla presentazione del nuovo piano strategico, fissata per il 21 maggio, con una domanda che attraversa stabilimenti, mercati e concessionarie: quale identità avrà il colosso nato dalla fusione tra PSA e FCA? I numeri dell’ultimo trimestre hanno attenuato le preoccupazioni, ma non le hanno cancellate. L’utile di 377 milioni di euro e il fatturato globale in crescita del 6%, comunicati il 30 aprile, indicano una ripartenza. Non ancora, però, una traiettoria solida.
Stellantis, il giorno della verità si avvicina: Filosa prepara la svolta
Il problema è che la ripresa appare ancora fragile. In Nord America, il recupero poggia su elementi in parte eccezionali: dalla revoca dei dazi al ritorno politico e commerciale dei motori termici sotto l’amministrazione Trump. Jeep e Ram hanno beneficiato dei nuovi modelli e del ritorno del V8 Hemi, ma lo scenario resta esposto a variabili pesanti. Se il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi sopra i 100 dollari al barile, la spinta dei grandi motori a combustione potrebbe perdere rapidamente forza.
In Europa, la situazione resta complessa. I marchi Stellantis soffrono per un rinnovamento di gamma giudicato insufficiente, per la carenza di offerte full-hybrid e per la debole attrattiva di diversi modelli elettrici, pur con le buone performance di Citroën. L’aumento delle vendite del 5% nel primo trimestre rappresenta un segnale incoraggiante, ma è stato ottenuto soprattutto con strategie difensive, a partire da sconti generosi. Il margine europeo, sceso allo 0,1%, mostra il prezzo pagato per mantenere operativi gli stabilimenti.

Sul fronte industriale, cresce il peso delle alleanze cinesi. Dongfeng, azionista marginale con l’1,5% del capitale, valuta l’utilizzo di impianti Stellantis a Rennes, Villaverde e Cassino. Una soluzione che potrebbe dare respiro a fabbriche sottoutilizzate, ma che apre interrogativi sulla capacità del partner cinese di affermarsi davvero sul mercato europeo.
Ancora più rilevante è il dossier Leapmotor. La joint venture europea non sarebbe più soltanto uno strumento per vendere modelli cinesi a basso costo: Stellantis potrebbe arrivare ad attingere direttamente alla gamma e alle piattaforme del costruttore cinese. Una prospettiva delicata, perché rischia di ridisegnare i ruoli: prodotto e tecnologia a Leapmotor, rete commerciale, logistica e infrastruttura a Stellantis.

Resta infine il nodo dei marchi. L’ipotesi di concentrare investimenti e risorse su Peugeot, Fiat, Ram e Jeep lascerebbe gli altri dieci brand in una posizione più vulnerabile. Alfa Romeo e Citroën sarebbero tra i casi più sensibili: la prima per il potenziale premium, la seconda per il recente riposizionamento nell’auto accessibile. Il piano del 21 maggio dovrà chiarire se Stellantis intende rilanciarsi come gruppo industriale globale o imboccare la strada, più dura, di una selezione interna. In gioco non c’è solo una strategia: c’è l’identità stessa del gruppo.
