La Fiat Turbina è stata una campionessa di velocità, ma senza titolo. Questa non è certo la vettura che viene subito in mente quando si pensa alla casa automobilistica torinese, ma proprio per tale ragione ha un fascino esotico, che seduce. In un certo senso è meno irrituale di quanto si creda, perché nell’era Agnelli altri modelli furono creati per superare i limiti.
La mente corre soprattutto alla 300 HP del 1910, nota pure come S76. Con il suo cuore a 4 cilindri da ben 28.5 litri, quest’ultima seppe spingersi fino ai 225 km/h di velocità. Un vero record, anche se non certificato. Per le sue caratteristiche fu soprannominata la “Belva di Torino”.
Molto più recente sull’asse cronologico è l’auto di cui ci stiamo occupando nell’articolo odierno, nonostante abbia superato i 70 anni di età. La nascita della Fiat Turbina prese infatti forma quando le lancette del tempo segnavano il 1954. Per il suo debutto in società fu scelto il Salone dell’Automobile di Torino, dove la strana coupé ebbe il primo rapporto col pubblico, stupito dalle sue forme aeronautiche.
Non era, ovviamente, una vettura di serie, ma una concept car pensata espressamente per la missione prestazionale. L’obiettivo? Scrivere un primato velocistico. Per cercare di raggiungere lo scopo fu estremizzata, con un progetto molto accurato su tutti i fronti, specie su quelli motoristico ed aerodinamico. La forza propulsiva fu affidata a una turbina a gas, applicata per la prima volta su un mezzo a quattro ruote della scuola europea. La potenza massima toccava quota 300 cavalli a 22 mila giri al minuto.
Il progetto della Fiat Turbina si sviluppò senza particolare fretta e quasi nei ritagli di tempo, già a partire dal 1948, con la regia progettuale dell’ingegnere Dante Giacosa, la cui formazione universitaria di alto livello si abbinava a una visione creativa eclettica, geniale e trasversale. Per il primo test fu scelta la pista del Lingotto, che diede il primo avallo al prodotto. La data del suo svolgimento è entrata nella storia: 4 aprile del 1954.
Pensata soprattutto per la marcia rettilinea, la Fiat Turbina era in grado di stupire sul piano dinamico, oltre che su quello visivo. Con il pilota e collaudatore Carlo Salamano, a Caselle, si spinse fino ai 260 km/h di punta velocistica. Una performance del genere era resa possibile non soltanto dal vigore energetico del cuore ma anche dell’ottima gestione dei flussi d’aria, con un coefficiente di penetrazione aerodinamica (Cx) di soli 0.14.
Per assicurare un buon livello di stabilità ed evitare che l’auto si avvitasse nella ricerca dei limiti prestazionali più alti, nella parte posteriore della carrozzeria furono inserite due vistose pinne stabilizzatrici, che rappresentano l’elemento estetico forse più caratterizzante. Il telaio della Fiat Turbina derivava da quello della 8V. Stiamo parlando di un traliccio in tubi di acciaio, variamente dimensionati, in linea con le costruzioni sportive del tempo.
L’architettura è quella di una berlinetta a due posti secchi, molto affilata e con fari a scomparsa. Sembra un veicolo venuto dal futuro, anche col metro odierno. Sicuramente non si confonde con altre auto. Difficile connetterla al marchio Fiat, per la sua natura insolita, ma è a quella galassia che appartiene. Il gruppo degli Agnelli decise, nel 1962, di donare questo prototipo di ricerca e sperimentazione al MAUTO, Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, dove oggi trova accoglienza in una delle sale espositive. Vederla da vicino procura grandi emozioni, difficili da narrare.
