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Sebastian Vettel: storia di un addio

L’addio di Sebastian Vettel alla Ferrari coincide con uno dei peggiori momenti della Scuderia: il tedesco se ne va attorniato da un mix di sentimenti ed emozioni

Vettel

Il tramonto che placa la noia di Abu Dhabi fornisce lo scenario ideale per chiudere una parentesi. Si chiude quella di destra per Sebastian Vettel in forza alla Ferrari dal 2015, sei anni in cui i corsi e i ricorsi storici avevano fornito anima e bandiera ad un ragazzo che nel divenire uomo ha mancato l’obiettivo di replicare le imponenze di un certo Michael Schumacher. Tedesco come lui, su una monoposto Made in Maranello come lui.

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Il casco col quale Sebastian ha debuttato a Fiorano nel novembre del 2014

Non è andata per come aveva sognato sin da bambino, non è andata come sperava anche l’ultimo dei tifosi Ferrari. L’arrivo a Maranello è l’incipit di quel sogno che si avvera; in Ferrari lo vogliono tutti, lo coccolano e lo amano in fretta. I sentimenti sono l’anima dei suoi sei anni presso la Scuderia più desiderata di questo pezzo di mondo, ma a volte le esternazioni dell’animo bastano solo un po’.

La realtà fornisce ben presto a Sebastian l’idea della sofferenza. Si parte alla grande nel 2015, ma si comprende ben presto che l’era turbo-ibrida della Formula 1 è un affare a marchio Mercedes. Si comprende sin dal principio che se il tuo culo poggia sul sedile di un’altra monoposto è meglio mettersi l’anima in pace e provare ad attendere il miracolo.

Provarci, sempre

Sebastian Vettel non si è dato mai per vinto. Ci ha provato per come ha potuto, ha sbagliato e spesso ha ceduto alle pressioni psicologiche che lo hanno condotto all’errore. Per due stagioni, 2017 e 2018, prova a fornire ottime dosi di fastidio alle Mercedes eppure non c’è nulla da fare. L’affidabilità del mezzo prima e quella della testa poi, rappresentano i mali oscuri della resa.

Hockenheim

Nell’oscurità Sebastian si ci infila proprio nel 2018. In quell’anno la Scuderia stava dimostrando di poter riuscire a competere con le imprendibili Mercedes, eppure a luglio di quello stesso anno durante l’appuntamento di Hockenheim in Germania ad un tratto arriva la pioggia. Vettel, da leader del mondiale, è l’unico a sbagliare. La parabola discendente del quattro volte campione del mondo comincia lì. Lo stesso Seb ha ammesso prima dell’appuntamento di Abu Dhabi che proprio l’errore di Hockenheim 2018 è stato “un piccolo errore, ma enorme perché enorme è stato il prezzo da pagare. Ma allo stesso tempo accadevano anche altre cose in quel 2018, c’è stata la scomparsa di Sergio Marchionne, un cambio di leadership, il passaggio da Maurizio a Mattia, diciamo che la stagione 2018 è stato un anno decisivo per molte cose, e non credo si possa scomporre ad un singolo di questi aspetti”.

Hockenheim
L’incidente di Hockenheim nel 2018

Non sapremo mai se Sebastian avrebbe vinto quel mondiale se non avesse commesso quell’errore ad Hockenheim, o se l’avrebbe perso comunque. Ma è il culmine di una scia di errori praticati da chi subisce una forte pressione psicologica, visto che qualche sprazzo di situazioni al limite si era già notato anche un anno prima. Sembra quasi che quel Vettel, quattro volte campione del mondo, fosse stato inghiottito da una deflagrazione d’ampia portata. Gli errori lo portano persino a dubitare di sé stesso.

A spasso con le ferite

L’emotività di Sebastian è un tratto distintivo di un carattere vagamente teutonico, probabilmente maggiormente assimilabile ad un essere di stirpe italica. Molte volte si è detto che Sebastian Vettel è un italiano tedesco. Ha avuto sempre un gran rispetto, non ha mai accusato qualcuno pubblicamente e ogni volta che le cose sono andate per il verso sbagliato ha provato a stemperare le tensioni in men che non si dica.

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Uno degli errori più clamorosi di Sebastian, all’avvio del Gran Premio di Singapore

Ma il Vettel del 2020 è un uomo ferito. I suoi tratti somatici sono indice di una sofferenza praticamente identica a quella di chi ama e subisce un tradimento. Sebastian viene cacciato via dalla Ferrari che ha amato (e che non smetterà mai di amare) con una telefonata di Mattia Binotto. Ma nessuno conoscerà la verità fino al primo appuntamento stagionale quando Vettel vuota il sacco. Fino ad allora il tedesco era stato indicato come “la prima scelta” per il futuro della Scuderia, la separazione quindi veniva indicata come consensuale: come spesso accade quando si utilizza questa caratterizzazione, non era così.

I rapporti con Binotto non sono mai stati particolarmente idilliaci. A rivelare ciò che comunque appariva già particolarmente evidente è stato ancora una volta proprio Vettel: “Mattia l’ho incontrato la prima volta quando correvo con la Toro Rosso. Lui era responsabile dei motori clienti Ferrari che montavamo. Ho vissuto da vicino la sua crescita dal reparto motori a direttore tecnico e poi a team principal. Ci rispettiamo molto ma tra noi non c’è mai stata quella sorta di amore alla base dei rapporti di un certo tipo. È un uomo pragmatico, il tempo ci dirà dove sarà in futuro la Ferrari guidata da lui”.

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La separazione di Sebastian dalla sua Ferrari è l’apoteosi della sofferenza. Vettel ad un certo punto parla di fallimento e non sa se ritirarsi da quel mondo patinato che per certi versi lo vede lontano anni luce. L’apparenza è nulla in Sebastian, la sostanza è tanta. Non ha un manager né tantomeno dei profili social sui quali raccontare pagine di vita che lui tiene per sé e per la sua famiglia, va benissimo così e nessuno può giudicarlo.

Stagione complicatissima

A volte accade anche che il destino si metta in mezzo confezionandoti un set di problematiche da distribuire tutte in un colpo. La Ferrari dell’ultima stagione in Rosso di Sebastian Vettel è un disastro inaspettato. La Scuderia ha vissuto in questo 2020 la peggior stagione degli ultimi 40 anni. Un disastro che coinvolge anche Sebastian, che coglie come migliore performance un terzo posto in Turchia dove le condizioni critiche per tutto il fine settimana hanno esaltato il campione e l’esperienza.

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A guardare la vicenda da fuori, sembra che Sebastian sia andato via dalla Ferrari col sollievo di chi si scrolla di dosso un peso divenuto sempre più insostenibile. Ma si può dire che non è così, a spiegarlo è lo stesso protagonista della storia che introduce una visione forse più filosofica: “sfortunatamente quest’anno, in un certo senso, è stato uno scarso riflesso dei bei tempi che ho trascorso con la squadra”.

Ma le corse (e tutte le gare in genere) sono fatte di vittorie e sconfitte. In Ferrari Sebastian ha vinto 14 volte, risultando il terzo pilota più vincente di tutti i tempi fra quelli vestiti di Rosso: davanti a lui solo Schumacher e Lauda. Vettel non ha vinto un mondiale, ma è stato forse uno dei piloti più amati di tutti i tempi fra quelli che hanno vestito la tuta della Scuderia. È stato amato in Ferrari, anche da Mattia Binotto che ha ammesso “sarà sempre parte di questa famiglia” ma soprattutto da quegli uomini che all’ultima uscita da quel box di Abu Dhabi lo hanno applaudito posizionandosi ai lati della sua SF1000. È stato amato da Leclerc che da lui ha imparato tanto “a volte sto qui ad ascoltare per un’ora quello che ha da dire sulla sessione”, ha ammesso. È stato amato anche dagli italiani che in lui hanno riconosciuto un tedesco dal carattere italiano. Il mondiale mai vinto a Maranello sembra per un attimo essersi messo da parte, conta la persona e conta l’uomo.

Fine di un’era

Ma col tramonto di Abu Dhabi si chiude per sempre l’era di quel tedesco venuto da Heppenheim con la valigia piena di sogni. Gli stessi sogni che rimangono tali perché la Mercedes è la più forte di un’era turbo-ibrida dominata in lungo e in largo e perché l’uomo Seb è anche vulnerabile alla psicologia di chi è quattro volte Campione del Mondo ma può essere anche battuto. Nonostante tutto, il buon Sebastian non si è mai tirato indietro, non ha mai detto di no e ha sofferto spesso e volentieri in silenzio.

Sebastian Vettel col suo ingegnere, Riccardo Adami

Se dal punto di vista agonistico Vettel ad un certo punto è crollato, il Sebastian uomo è rimasto vigile e innamorato della Ferrari e di quegli uomini “di cui ho il numero di telefono e probabilmente sentirò ancora di più, non limitatamente al tempo in cui sarà in Formula 1”, ha ammesso. L’amore per la Ferrari è intriso in quelle parole scritte di suo pugno sfruttando una delle canzoni più iconiche della storia italiana, Azzurro, e nella risposta del suo storico ingegnere Riccardo Adami: “Seb, tu sei un grande uomo col cuore grande”.

Il senso di questo amore è proprio in queste parole. Ma nella notte di Abu Dhabi di due giorni fa, al canto via radio è seguita la convivialità a cui Sebastian non si è mai tirato indietro. Dopo la bella foto con tutto il team, Sebastian va a prendere uno scatolo di birra e si mette a distribuirle a tutti! È questo il modo scelto da Vettel, per chiudere questa parentesi, intriso di amore e amicizia. Alla fine, i disastrosi ultimi anni del Cavallino Rampante si sciolgono di fronte alla bontà di un ragazzo divenuto uomo che è sempre stato quella bella persona di cui tutti avevamo bisogno. Ma con cui la Ferrari non è riuscita ad ottenere ciò che entrambe le parti si erano proposte. Ciò che rimane è l’amore e l’innamoramento, dal prossimo anno con Aston Martin si volta pagina e magari torneremo a comprendere chi è il vero Sebastian. Buona fortuna, Seb.

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