Volkswagen si prepara a tagliare fino a 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030, ampliando il piano che inizialmente ne prevedeva circa 35.000. La revisione, stando a quanto emerso nelle ultime settimane, non riguarderebbe soltanto il marchio principale ma coinvolgerebbe anche Audi, Porsche e Cariad, la divisione software del gruppo, con l’obiettivo di generare oltre 6 miliardi di euro di risparmi annuali entro la fine del decennio. Le uscite dovrebbero avvenire senza licenziamenti diretti, ma attraverso pensionamenti, mancati rimpiazzi e accordi individuali, anche grazie alle garanzie ottenute dal sindacato IG Metall.
Volkswagen, gli ordini in aumento non fermeranno i 50.000 tagli in Germania

La particolarità di questa operazione è che non nasce da un crollo della domanda. Il gruppo ha consegnato circa 9 milioni di veicoli nell’ultimo esercizio, con un fatturato vicino ai 322 miliardi di euro e segnali positivi in Europa e Sud America. Eppure, l’utile netto è sceso a 6,9 miliardi di euro, in calo del 44 per cento, mentre il risultato operativo si è dimezzato a 8,9 miliardi, con una marginalità scivolata al 2,8 per cento dal 5,9 dell’anno precedente. A pesare sarebbero circa 9 miliardi di oneri straordinari, legati in parte alle difficoltà di Porsche nella transizione elettrica, in parte ai dazi americani e ai costi della riorganizzazione interna.
Oliver Blume, a capo del gruppo, ha indicato come priorità il ritorno a un margine operativo tra il 4 e il 5,5 per cento già dal 2026, puntando il dito sul fatto che oggi produrre in Germania costa troppo. Al centro della questione ci sarebbe i costi dell’energia, regolamentazione gravosa e competitività dell’export in calo.

Il modello che per decenni ha sostenuto l’industria automobilistica tedesca mostra crepe sempre più evidenti, aggravate dalla perdita di terreno in Cina, dove i costruttori locali hanno guadagnato posizioni soprattutto nell’elettrico, e dalle difficoltà in Nord America.
Volkswagen si muove dunque con la consapevolezza che gli ordini, da soli, non bastano più a proteggere la redditività. Senza una revisione profonda della struttura dei costi e della logica produttiva, il gruppo ritiene di non poter reggere la pressione competitiva che si profila per i prossimi anni.
