Volkswagen, il rilancio: entrano i cinesi negli stabilimenti tedeschi?

Volkswagen chiude il primo trimestre con utili in calo e un modello di business che non regge più. Blume apre alla collaborazione con i partner cinesi.
volkswagen in cina

Volkswagen ha un problema che i tagli da soli non risolveranno. L’amministratore delegato Oliver Blume lo ha detto dopo la pubblicazione dei dati del primo trimestre. Utile operativo in calo del 14%, a 2,5 miliardi di euro, fatturato giù del 2,5% a 75,7 miliardi. Gli analisti si aspettavano una sostanziale tenuta. Non è andata così.

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A pesare ci sono le tariffe americane, stimate in circa 4 miliardi di euro di costo per l’intero anno, e la svalutazione legata allo stop alla produzione dell’ID.4 in Tennessee, dove la domanda di elettrico non ha mai davvero convinto. Poi c’è la Cina, che non è più il mercato su cui Volkswagen costruisce i propri margini ma il territorio dal quale arriva la concorrenza che fa più male.

volkswagen in cina
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Blume ha definito il trimestre “solido, considerate le pressioni”. Poi ha aggiunto che il modello di business attuale non sta generando profitti sufficienti nel contesto cambiato. Una frase che vale più di tutte le altre.

Il gruppo vende circa 150 modelli, Porsche e Audi compresi. Troppi, in un mercato che premia chi fa meno cose ma le fa meglio. I 50.000 licenziamenti previsti in Germania entro il 2030 erano già sul tavolo. Adesso il management ammette che non basteranno.

Ed è qui che la strategia prende una piega inedita. Volkswagen ha investito miliardi in Cina, sviluppando prodotti pensati su misura per quel mercato. Blume vuole ora capire quali di quei modelli potrebbero funzionare anche in Europa, e valuta l’ipotesi di condividere gli stabilimenti europei sottoutilizzati, come quello di Osnabrück, con partner cinesi. Primo utilizzo auspicato, la difesa, si sapeva, ma la seconda opzione sul tavolo sarebbe aprire le porte ai costruttori di Pechino.

volkswagen id. era 9x
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È la prima volta che Volkswagen lo mette nero su bianco. Horst Schneider di Bank of America, durante la conference call con il management, ha usato un’immagine precisa: si rischia di far entrare “un lupo travestito da agnello”. I marchi cinesi in Europa sono ancora una presenza marginale, ma stanno crescendo, e il contesto, prezzi del carburante alti, spinta all’elettrico, lavora a loro favore.