Volkswagen, fine di un’era: fuori 50.000 posti di lavoro e nessuna scusa

Volkswagen taglia 50.000 posti entro il 2030, i ricavi ristagnano a 322 miliardi e la Cina volta le spalle al gruppo di Wolfsburg.
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C’è da sconvolgersi, specie per il nome di cui parliamo. Cinquantamila posti di lavoro è il prezzo che Volkswagen è disposta a pagare per sopravvivere a se stessa. Fa male, perché è forse il colosso europeo per eccellenza.

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L’amministratore delegato Oliver Blume lo ha detto al quotidiano Bild am Sonntag. Sviluppare, costruire ed esportare veicoli dalla Germania non è più sostenibile. Un concetto espresso dal vertice del gruppo automobilistico che per decenni ha incarnato l’orgoglio industriale tedesco.

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Il piano di ristrutturazione avviato dal Gruppo di Wolfsburg prevede l’eliminazione di 50.000 posti entro il 2030. Non si tratta solo di Volkswagen in senso stretto: nel conto rientrano Audi, Porsche e Cariad, la controllata software che avrebbe dovuto rappresentare il futuro digitale del gruppo. Blume indica negli elevati costi del lavoro, nei prezzi dell’energia e in quelle che definisce normative europee eccessive le cause strutturali di una crisi che, in realtà, affonda le radici molto più in profondità, a partire dallo scandalo Dieselgate, che ha bruciato credibilità e risorse finanziarie per anni.

I numeri raccontano una storia difficile da imbellire. Nel 2025 le consegne in Cina sono calate del 6%, negli Stati Uniti del 12%. Il fatturato si è fermato a 322 miliardi di euro, sostanzialmente stagnante, con 9 milioni di veicoli consegnati. L’utile netto ha segnato un calo storico, colpito contemporaneamente dal crollo della domanda nel mercato cinese, da sempre il più redditizio per Volkswagen, e dall’aumento dei dazi statunitensi imposti dall’amministrazione americana. Anche Porsche ha dovuto rivedere le sue ambizioni di elettrificazione, vittima di una domanda di veicoli elettrici che non ha rispettato le previsioni ottimistiche.

Volkswagen golf gti

A preoccupare non è solo il presente. Lo scenario più pessimistico elaborato da McKinsey parla di otto stabilimenti a rischio chiusura in Germania per via della sovraccapacità produttiva. Una prospettiva che trasforma la ristrutturazione annunciata da Blume da misura straordinaria a possibile primo atto di una storia più lunga e più dolorosa.

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Il margine operativo atteso per quest’anno si aggira intorno al 4%, cifra che, per un colosso da 322 miliardi di fatturato, è un segnale d’allarme e non un traguardo. Le tensioni geopolitiche, il rincaro delle materie prime e la pressione crescente dei produttori cinesi completano un quadro in cui Volkswagen è costretta a fare una cosa che non ha mai amato: giocare in difesa.

Tre stabilimenti tedeschi hanno già ridotto i costi di produzione del 20% nell’ultimo anno. Un risultato concreto, che Blume ha esibito come prova della bontà del piano. Ma tagliare i costi non è la stessa cosa che costruire il futuro.