La lunghissima partita a scacchi tra l’Unione Europea (Ue) la Cina sui veicoli elettrici ha finalmente raggiunto un punto di svolta. Dopo mesi di diffidenza e calcolatrici alla mano, le due “superpotenze” (con una che mostra una potenza di fuoco elettrico nettamente più potente) hanno siglato un accordo che potrebbe mandare in soffitta il controverso sistema dei dazi aggiuntivi all’importazione.
Il “vecchio” sistema, per usare un eufemismo, si è rivelato ben presto un pasticcio: colpiva tutti e con una dose fantasia sulle aliquote davvero niente male. Mentre Tesla se la cavava con un modesto 7,8%, BYD doveva sborsare il 17% e la povera MG (del gruppo SAIC) veniva bastonata con un proibitivo 35,1%. Si otteneva così un “effetto perverso” che ha spinto i produttori cinesi a inondare il mercato di modelli ibridi e plug-in, dove potevano tagliare i prezzi senza troppi complimenti da parte della dogana.

Ora, Pechino ha ottenuto ciò che voleva: passare dalle tasse punitive a un sistema di prezzi minimi. Bruxelles ha accettato, ma non per tutti. Ogni produttore che desidera l’esenzione dovrà presentare una proposta dettagliata che includa impegni sui processi di distribuzione, sugli optional e sul bilanciamento dei prezzi con i modelli non tassati.
C’è anche una clausola “col dente avvelenato”, che è l’obbligo di investire all’interno dell’Ue. Se le promesse di fabbriche e posti di lavoro si riveleranno aria fritta, le tasse inizialmente previste scatteranno retroattivamente. Un “paghi dopo” che nessuno vorrebbe ricevere.

Dalla Cina filtra soddisfazione (sempre a patto che coi prezzi minimi, meno “supercompetitivi”, le vendite non subiscano grossi contraccolpi). La Camera di Commercio Cinese (CCEU) vede in questo patto la stabilità necessaria per tornare a investire nel Vecchio Continente. Anche perché Pechino, in un raro momento di “modestia”, ha rimosso l’auto dall’elenco delle attività critiche per lo sviluppo, riducendo i sussidi statali. La notizia, quindi, potrebbe cambiare i piani di molti: SAIC, la più colpita dai dazi, potrebbe ora preferire uno stabilimento in un paese dell’Unione Europea piuttosto che in Turchia.
