Il contesto internazionale è attualmente dominato dai dazi “trumpiani” e da barriere che spuntano come funghi. Ma fa quasi eccezione l’accordo firmato pochi giorni fa tra l’Unione Europea (UE) e il blocco Mercosur arriva come una boccata d’ossigeno, o forse più come un rifornimento d’emergenza in piena riserva.
Mentre altrove si alzano muri, l’industria automobilistica europea si prepara a muoversi più agilmente in un mercato che finora era protetto da dazi doganali al livello di una vera fortezza, arrivando a toccare punte del 35%. Esportare una vettura verso il Sud America era, fino a ieri, un esercizio di masochismo finanziario. Adesso (anzi, dopo le procedure di ratifica europea) si cambia nettamente.

L’intesa con l’UE prevede ora la progressiva eliminazione di questi balzelli in un arco di 10-15 anni. Un periodo di transizione abbastanza lungo, per dire il vero, ma con la promessa finale di un azzeramento totale che dovrebbe far lievitare il fatturato dell’esportazione di veicoli di ben 20,7 miliardi di euro.
Per Fiat, che in Brasile ha praticamente una seconda cittadinanza, si tratta di una vittoria casalinga. Con modelli come Strada, Argo e Mobi che già dominano le classifiche locali, la riduzione dei dazi è la medicina perfetta per rinvigorire il bilancio globale di Stellantis, che ultimamente non sprizza esattamente salute. Anche per i veicoli commerciali e la componentistica la strada si fa in discesa, con tariffe tra il 14% e il 18% che spariranno più velocemente, in soli 5-7 anni, per la gioia dell’ACEA.
Ma la vera partita a scacchi si gioca sotto il cofano. L’accordo UE-Mercosur non serve solo a vendere lamiere, ma a recuperare le materie prime indispensabili per la transizione elettrica senza dover sempre chiedere il permesso a Pechino. Litio, grafite e nichel sono i nuovi tesori che Brasile e Argentina possono offrire all’Europa per ridurre la dipendenza dalla Cina.

Così, a questo punto, l’industria auto europea dimostra di voler davvero elettrificarsi senza finire in corto circuito geopolitico, andando a consolidare questi legami industriali dato che il futuro delle batterie passa per le miniere sudamericane, non solo per le fabbriche asiatiche.
