Pechino tiene in mano il rubinetto delle terre rare, e l’Europa ne è ben consapevole. Da anni i costruttori cercano di svincolarsi dalla dipendenza cinese per materie prime e componenti strategici. Con l’elettrico, il problema è diventato un’urgenza.
Qualcuno, però, ha deciso di svincolarsi dalla dipendenza dalle terre rare. Advanced Electric Machines, startup britannica più nota come AEM, ha sviluppato un motore elettrico che fa a meno sia dei magneti permanenti sia delle terre rare.
Nonostante gli investimenti per costruirsi un’autonomia industriale, l’Europa resta appesa a fornitori esteri per una lunga lista di componenti. La Cina domina la fornitura e la lavorazione delle terre rare, e molti motori elettrici usano proprio magneti permanenti che le contengono. Basta una restrizione all’export o una tensione geopolitica per far salire i costi e, peggio, rallentare le linee di montaggio. I semiconduttori hanno già insegnato come un componente minuscolo possa mettere in ginocchio un intero settore.
AEM propone una strada diversa: alluminio e acciaio al posto dei materiali costosi e difficili da reperire. Due metalli che si recuperano e si riciclano, e che non obbligano nessuno a telefonare a Pechino. L’azienda punta anche a semplificare la produzione e a tagliare i costi, anche se il risparmio reale dipenderà dalla progettazione, dai processi industriali e dai volumi.
Sul fronte dell’affidabilità, il cofondatore James Widmer assicura che il motore ha superato le aspettative della società. Secondo le informazioni pubblicate, i test hanno totalizzato milioni di chilometri. Un bel biglietto da visita per una tecnologia che deve ancora fare il salto dal laboratorio alla produzione su larga scala.
C’è poi un partner industriale europeo, di cui non è stato rivelato il nome. L’indizio lascia pensare a un progetto con ambizioni di produzione di massa, ma dell’accordo e delle applicazioni d’esordio non si sa ancora nulla.
La data cerchiata in rosso è il 2030, anno in cui, come riportato da Auto Plus, dovrebbe partire la produzione di massa. Da qui ad allora, AEM dovrà dimostrare che il suo motore regge il confronto con le soluzioni convenzionali non solo sul piano delle materie prime, ma anche su costi, efficienza, durata e facilità di produzione.
Se tutto andasse come previsto, i costruttori europei avrebbero una carta in più per sviluppare motori meno esposti alle decisioni di Pechino. Non cancellerebbe la dipendenza industriale dalla Cina, ma la ridurrebbe in uno dei punti più delicati dell’espansione elettrica.


