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Il piano di BYD per aggirare i dazi? Diventare “europea” e con 40.000 dipendenti

BYD punta a 40.000 dipendenti in Europa entro il 2030: fabbrica a Szeged, Spagna e Francia in lista. E i dazi di Bruxelles rischiano di restare al palo.
Logo BYD luminoso su stand fieristico

Tanti saranno i dipendenti europei di BYD nel 2030, secondo Stella Li, vicepresidente esecutiva del gruppo, che ha calato il numero al Salone di Parigi come si cala un asso sul tavolo. Oggi se ne attendono poco più di diecimila, moltiplicare per quattro in meno di un lustro è molto più che un semplice piano ambizioso.

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Bruxelles ha passato mesi a discutere di quante auto cinesi sbarcano nei porti. BYD risponde che presto smetteranno di sbarcare, perché le costruirà qui. Da esportatore a costruttore locale, cambia il cartellino, e con lui la partita.

Si parte dall’Ungheria, dove a Szeged sta per iniziare la produzione commerciale della prima grande fabbrica di turismi del marchio in Europa. Nel lungo periodo servono tre stabilimenti di assemblaggio e uno per le batterie, e per uno dei prossimi la preferenza va a un impianto già esistente da rilevare e riconvertire, più che a un prato da asfaltare. Qualcuno, in Europa, potrebbe ritrovarsi a vendere i propri capannoni a chi fino a ieri li guardava da lontano.

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byd szeged

I candidati? La Spagna è sul taccuino da mesi, la Francia ha guadagnato terreno e Li ha confermato che è nella lista. A pesare saranno la disponibilità di vecchie fabbriche, fornitori, manodopera specializzata, logistica ed energia.

Le assunzioni pescheranno dentro e fuori dall’auto, e BYD non nasconde l’interesse per chi esce dalle ristrutturazioni dei costruttori storici. Un’ironia che si commenta da sola: i tagli di casa diventano il serbatoio di talenti del rivale. Con 40.000 persone, il gruppo si piazzerebbe tra i maggiori datori di lavoro automobilistici di origine non europea del continente. Non male per un marchio che fino a pochi anni fa, da queste parti, era una curiosità.

Dietro c’è anche una questione di difesa. Le elettriche costruite in Cina pagano dazi aggiuntivi nell’Unione, e Bruxelles lavora a regole per favorire i componenti made in Europe. Produrre sul posto riduce l’esposizione e, già che c’è, rifà il trucco all’immagine con l’obiettivo di è essere percepiti come un’azienda che costruisce, ordina e si approvvigiona in Europa, non come un marchio cinese in trasferta.

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Insegna BYD illuminata in uno stand fieristico
Il logo BYD domina lo stand, tra luci scenografiche e installazioni futuristiche.

Con una strategia così, le contromisure comunitarie rischiano di servire a poco (o a niente). I dazi dovevano proteggere l’industria europea. Alla fine, qualcuno da molto lontano, si fa per dire, assumerà i suoi operai.