Il Congo detiene circa il 70% delle riserve mondiali di cobalto. Una posizione di forza assoluta, un asso nella manica che Kinshasa ha deciso di giocare. Peccato che lo stia facendo nel modo sbagliato.
Da febbraio 2025, la Repubblica Democratica del Congo ha imposto prima un blocco totale delle esportazioni di cobalto, poi un sistema di quote calcolate sulla produzione storica dei tre anni precedenti. Obiettivo resta quello di frenare la sovrapproduzione globale che aveva fatto crollare i prezzi, incentivare la lavorazione locale e creare occupazione in loco. Intenzioni comprensibili, certo.

Il caso MMG è quello che racconta meglio il corto circuito. La società cinese, il cui principale azionista è China Minmetals Corp., ha costruito a Kinsevere un impianto di cobalto da 4.000-6.000 tonnellate annue, inaugurato nel settembre 2023. Poi, con i prezzi del metallo a picco, ha sospeso temporaneamente l’attività a fine 2024.
La pausa le è costata carissima: il sistema di quote premia chi ha esportato di più nel triennio di riferimento, e MMG, avendo rallentato proprio in quel periodo, si è vista assegnare una quota di appena 360 tonnellate per l’intero anno in corso. Un impianto da seimila tonnellate che va al di sotto del minimo sindacale. Aaron Chen, direttore delle operazioni a Kinsevere, a Madrid non ha nascosto la frustrazione: produrre cobalto in queste condizioni è “economicamente insostenibile”, aveva detto al congresso annuale del Cobalt Institute.

Elisabeth Caesens di Resource Matters ha sollevato una critica fondata. Un criterio di assegnazione basato esclusivamente sulla produzione passata finisce per premiare proprio chi ha contribuito alla sovrapproduzione che Kinshasa voleva combattere. E mentre si discute di criteri, l’Entreprise Générale du Cobalt, società statale congolese, ha ricevuto la quarta quota più alta, 5.640 tonnellate, pur non avendo ancora avviato la produzione. Non proprio un esito sensato.
Nel frattempo, i prezzi di riferimento del cobalto sono saliti di circa il 160% dall’introduzione delle restrizioni, e l’idrossido di cobalto ha più che quadruplicato il proprio valore. La politica funziona sui prezzi, ma le difficoltà attuative impediscono sia agli operatori sia al governo di incassare davvero questo vantaggio.
Per le case automobilistiche e i produttori di batterie che dipendono da questa filiera la RDC resta indispensabile, ma le sue regole sono ancora troppo opache per giustificare nuovi investimenti massicci. E senza quei capitali, la capacità produttiva globale di cobalto rischia di restare molto al di sotto del necessario.
