Gigafactory o Giga-flop? L’allarme lanciato da ACC

Il CEO di ACC Yann Vincent lancia l’allarme: l’industria delle batterie in Europa è sotto scacco della Cina.
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Il risveglio sembra brusco, sa di acido di batteria e di sogni industriali infranti contro il muro cinese. Yann Vincent, il numero uno di Automotive Cells Company (ACC), la creatura nata dall’abbraccio (forzato?) tra Stellantis, Mercedes e TotalEnergies, ha deciso di vuotare il sacco con una lettera aperta che è un mix tra un’ultima preghiera e un atto d’accusa.

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Il messaggio è chiaro. L’auto elettrica è il destino manifesto, ma la sovranità industriale dell’Europa sulle batterie è, oggi, poco più di una barzelletta che non fa ridere nessuno.

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Mentre a Bruxelles giocano con i regolamenti e i divieti, Vincent ci ricorda che il 99% delle batterie che muovono le nostre silenziose vetture arriva dall’Asia. Siamo finiti nelle mani dei giganti BYD e CATL, e l’indipendenza strategica dei costruttori europei è diventata un miraggio nel deserto degli investimenti.

ACC doveva essere la risposta, il campione continentale capace di produrre celle made in Europe, ma la strada per la Gigafactory di Douvrin, nel nord della Francia, si è rivelata più ripida e costosa del previsto. La produzione arranca, i costi lievitano e il mercato non aiuta. La transizione non corre, cammina, e spesso inciampa.

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Nonostante alcuni modelli di Peugeot, Opel e DS montino già questi accumulatori, la situazione finanziaria dell’azienda è tesa. Il piano originario prevedeva di invadere il continente con stabilimenti a Termoli e Kaiserslautern, ma i progetti sono belli che andati. Produrre in Europa costa un patrimonio e la competitività con i colossi cinesi, che controllano l’intera filiera delle materie prime e godono di economie di scala mostruose, è una missione suicida senza un intervento politico serio.

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Non servono solo sussidi, serve un sussulto. Il settore chiede protezione, barriere doganali o regole che premino davvero il contenuto locale e la circularità dei materiali riciclati. Senza un cambio di passo, il rischio è di passare dalla dipendenza dal petrolio arabo alla schiavitù del litio cinese. Vincent chiama, l’industria risponde col fiatone e la politica, come spesso accade nel settore automotive, sembra guardare altrove.