Sarebbero ben 142 posti di lavoro persi al giorno. Non è una stima pessimistica di orientamento catastrofista, ma è la media certificata da CLEPA, l’associazione europea dei fornitori automotive, relativa a quanto sta accadendo nel settore dall’inizio del 2024. Un numero che ha fatto da sfondo all’Assemblea Generale dell’organizzazione svoltasi a inizio giugno, con oltre cento rappresentanti di industria e istituzioni europee che si sono chiesti, con urgenza crescente, cosa stia diventando l’automotive europeo.

Tra i presenti, Roxana Mînzatu, Vicepresidente esecutiva della Commissione europea con delega ai diritti sociali e allo sviluppo delle competenze. Il messaggio portato da Bruxelles è stato, nei toni, rassicurante: la trasformazione in atto deve andare di pari passo con investimenti in formazione e nuove opportunità professionali. Mentre si discute di riqualificazione, però, le fabbriche continuano a sfoltire organici.
Matthias Zink, presidente di CLEPA, parla di concorrenza sleale, domanda debole, incertezza sugli investimenti. Un tris di problemi che richiede condizioni normative stabili e una politica industriale che non tratti la decarbonizzazione come un esercizio ideologico slegato dalla realtà produttiva.
Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario generale Benjamin Krieger, che ha messo nero su bianco un concetto che a Bruxelles faticano ancora ad accettare: obiettivi climatici e sicurezza del lavoro non sono priorità incompatibili.

Il punto critico, per CLEPA, sono le prossime normative in cantiere, l’Industrial Accelerator Act su tutte, e la necessità di mantenere la neutralità tecnologica invece di scommettere tutto su un’unica soluzione. Nel frattempo, la pressione dei concorrenti asiatici e nordamericani cresce, i costi energetici restano fuori scala e la delocalizzazione smette di essere un’ipotesi per diventare una valutazione concreta.
I fornitori europei impiegano direttamente circa 1,7 milioni di persone nell’UE e investono oltre 30 miliardi l’anno in ricerca e sviluppo. Sono numeri che rendono il settore troppo grande per ignorarlo e, forse, troppo grande per salvarlo senza una discontinuità reale nelle scelte politiche. I prossimi mesi, ripetono in coro da Bruxelles a Francoforte, saranno decisivi. Lo sono da almeno tre anni.
