Ci sono auto che abbiamo sempre considerato italiane senza farci troppe domande. Fiat, Alfa Romeo o Lancia sul cofano e il discorso sembra chiuso. Poi, però, si va a vedere come sono nate davvero e vengono fuori storie molto più curiose. Fabbriche in Giappone o in Messico, accordi con marchi stranieri, piattaforme condivise e modelli già esistenti trasformati per entrare nella gamma di un costruttore italiano. Nelle scorse ore la Gazzetta dello Sport ha ricordato alcuni degli esempi più interessanti.
Le auto di Fiat, Alfa Romeo e Lancia che non erano italiane al 100%
La Fiat 124 Spider del 2016 è probabilmente uno di quelli riusciti meglio. L’auto veniva costruita a Hiroshima, nello stesso stabilimento della Mazda MX-5, e proprio dalla spider giapponese prendeva buona parte della base tecnica. Fiat, però, cercò fin dall’inizio di evitare l’effetto “Mazda con un altro logo”. Basta guardare le due vetture una accanto all’altra per rendersi conto che il lavoro fatto sulla carrozzeria fu piuttosto importante.
La 124 era più lunga e il suo stile cercava apertamente di richiamare la celebre spider Fiat del passato. Anche sotto il cofano le strade si separavano. Al posto dei motori aspirati Mazda arrivava il 1.4 turbo MultiAir da 140 CV, con un’erogazione completamente diversa. La Abarth 124 Spider alzava ulteriormente il livello, arrivando a 170 CV e aggiungendo una messa a punto più cattiva.
Insomma, la parentela con la MX-5 era evidente, ma guidandole non ci si trovava davanti a due auto identiche. La Fiat aveva un carattere suo e questo contribuì a renderla interessante anche per chi conosceva bene la Mazda. La sua carriera, però, durò meno di quanto molti avrebbero immaginato e dopo pochi anni la 124 Spider uscì di scena.
Prima ancora c’era stata la Fiat Sedici. Qui il legame con Suzuki era molto più facile da riconoscere. La Sedici e la SX4 uscivano dalla stessa fabbrica in Ungheria e condividevano praticamente l’intero progetto. Il design portava la firma di Giorgetto Giugiaro, mentre Fiat e Suzuki lavoravano soprattutto su motori, allestimenti e piccoli dettagli.
A Torino, del resto, serviva un’auto di quel tipo. I crossover stavano iniziando a diventare sempre più popolari e svilupparne uno completamente nuovo avrebbe richiesto anni e investimenti importanti. Con la Sedici, invece, Fiat riuscì a entrare subito in un mercato che stava cambiando rapidamente. Non sarà ricordata tra i modelli più emozionanti della storia del marchio, ma commercialmente aveva una logica molto chiara.
E poi c’è l’Alfa Romeo Arna. Qui basta il nome per far partire ancora oggi una discussione tra gli appassionati del Biscione. Il progetto nacque dalla collaborazione con Nissan e cercava di unire due idee di automobile molto diverse. Da una parte una vettura giapponese razionale e pratica, dall’altra i motori boxer e una parte della meccanica dell’Alfasud.
Sulla carta non era nemmeno un’idea assurda. Il problema arrivava soprattutto quando la si guardava. Molti clienti Alfa Romeo non riuscivano a ritrovare nelle forme dell’Arna quello che si aspettavano da un’auto del marchio. La parentela con Nissan era troppo evidente e il boxer Alfa non bastò a cambiare la percezione del modello.
L’Arna rimase così sul mercato per poco tempo e negli anni è diventata quasi una piccola leggenda al contrario. Non perché fosse necessariamente disastrosa da guidare, ma perché rappresentava qualcosa di difficile da accettare per molti alfisti dell’epoca. Ancora oggi viene citata ogni volta che si parla delle Alfa Romeo più controverse.
Molti anni dopo arrivò un’altra fase di contaminazioni, questa volta tra Italia e Stati Uniti. Con Fiat Chrysler Automobiles le gamme iniziarono inevitabilmente a incrociarsi e uno degli esempi più evidenti fu la Lancia Thema del 2011.
Di italiano, almeno nelle proporzioni, aveva ben poco. Era strettamente legata alla Chrysler 300C e conservava quell’aspetto grande, massiccio e molto americano. Il nome Thema, però, in Italia aveva un peso enorme, perché richiamava una delle berline Lancia più importanti degli anni Ottanta e Novanta. Inevitabile, quindi, che l’operazione facesse discutere.
Dal punto di vista industriale il ragionamento era semplice. Lancia aveva bisogno di una grande berlina, Chrysler ne aveva già una pronta e svilupparne un’altra da zero avrebbe avuto poco senso. La soluzione fu prendere la 300C e adattarla alla gamma europea.
Più fortunata fu probabilmente la Fiat Freemont, derivata dalla Dodge Journey. Anche lei veniva da molto lontano, visto che era prodotta in Messico, ma riuscì a trovare un suo spazio soprattutto grazie a una formula molto concreta. Sette posti, tanto spazio, motori più adatti all’Europa e un prezzo interessante per una famiglia numerosa.
Per molti clienti contava poco sapere che dietro ci fosse una Dodge. La Freemont faceva quello che prometteva e per alcuni anni se ne videro parecchie anche sulle nostre strade.
Oggi un esempio completamente diverso è la Fiat Topolino. La base tecnica è quella della Citroën Ami e su questo non ci sono misteri. Eppure le due microcar, viste parcheggiate una accanto all’altra, trasmettono un’impressione molto diversa. Fiat ha lavorato sul frontale, sui colori e sui dettagli, riuscendo a darle un’aria più simpatica e personale.
È forse il caso che mostra meglio quanto si possa fare partendo dalla stessa meccanica. Non sempre condividere una piattaforma significa ottenere due prodotti che sembrano usciti dallo stesso stampo.
La Gazzetta ricorda anche Fiat Ulysse e Fiat Fullback. La prima nacque insieme ai monovolume sviluppati con PSA, mentre il Fullback aveva una parentela strettissima con il Mitsubishi L200 ed era costruito in Thailandia. Nel caso del pick-up non serviva essere esperti per accorgersi da dove arrivasse il progetto.
Oggi situazioni del genere ci sorprendono molto meno. Siamo abituati a vedere marchi diversi condividere pianali, motori, cambi, elettronica e stabilimenti. Con Stellantis è diventato normale trovare la stessa architettura sotto modelli Fiat, Peugeot, Citroen, Opel, Jeep o Alfa Romeo.
La parte curiosa è che Fiat, Alfa Romeo e Lancia facevano qualcosa di molto simile già parecchi anni fa. Qualche collaborazione ha lasciato un buon ricordo, qualcun’altra molto meno. Ma dietro ognuna di queste auto c’è una storia industriale spesso più interessante di quanto faccia pensare il semplice logo sul cofano.






