Come ci ricorda Al Volante in un interessante articolo uscito online nei giorni scorsi, sono passati quarant’anni dal passaggio di Alfa Romeo al gruppo Fiat, ma per una parte degli appassionati quella ferita non si è mai chiusa del tutto. Era il 1986 quando la casa milanese lasciò definitivamente l’orbita dello Stato ed entrò nel gruppo Fiat. Un passaggio epocale, ancora oggi discusso, che cambiò il destino del Biscione e, più in generale, un pezzo importante dell’industria automobilistica italiana.
Nel 1986 Alfa Romeo passò alla Fiat: molti tra i fan del biscione fanno ancora oggi fatica ad accettarlo
All’epoca Alfa Romeo era controllata dall’Iri attraverso Finmeccanica e attraversava una situazione economica molto difficile. I debiti aumentavano, gli stabilimenti perdevano denaro e lo Stato cercava una soluzione capace di evitare ulteriori esborsi. La vendita appariva inevitabile. Molto meno scontato era il nome dell’acquirente.
La Ford si fece avanti con un progetto ambizioso. Il gruppo americano immaginava investimenti, nuovi modelli e un rilancio internazionale del marchio. Per qualche tempo l’accordo sembrò vicino, tanto che Donald Petersen, allora presidente della società statunitense, riteneva di avere buone possibilità di concludere l’operazione.

A quel punto entrò in scena la Fiat. L’ipotesi che un colosso straniero potesse stabilirsi in Italia e mettere in discussione il dominio del gruppo torinese cambiò rapidamente lo scenario. La politica e una parte consistente del mondo sindacale spinsero per una soluzione italiana. Romano Prodi, che guidava l’Iri, scelse quindi l’offerta della famiglia Agnelli.
Alfa Romeo fu ceduta per 1.050 miliardi di lire, pagabili a partire dagli anni successivi. Una cifra e condizioni che alimentarono polemiche destinate a durare a lungo. L’operazione permise allo Stato di liberarsi di un’azienda gravata da enormi perdite, ma lasciò aperta una domanda che ritorna ancora oggi: la Fiat era davvero il proprietario giusto?
Sul piano industriale, l’ingresso nel gruppo torinese portò economie di scala e una forte razionalizzazione. Gradualmente, però, scomparvero molte delle caratteristiche tecniche che gli alfisti consideravano parte dell’identità del marchio. La trazione posteriore, lo schema transaxle dell’Alfa 75 e i quattro cilindri bialbero lasciarono spazio a piattaforme e componenti condivisi.
L’Alfa 155 rappresentò agli occhi di molti il simbolo di questa trasformazione. Sotto la carrozzeria sportiva utilizzava infatti un’architettura comune anche a Fiat Tipo e Tempra. Non mancarono comunque modelli riusciti. La 164, la 156 e la 147 seppero conquistare pubblico e critica, mantenendo una personalità distinta e soluzioni meccaniche raffinate.
Per rivedere una berlina Alfa Romeo a trazione posteriore fu però necessario attendere il 2016, anno del debutto della Giulia. Oggi il Biscione appartiene a Stellantis, mentre Tonale e Junior hanno ampliato la gamma puntando sui segmenti più richiesti dal mercato.

Sono automobili importanti per i volumi e per la sopravvivenza commerciale del marchio. Per molti alfisti, tuttavia, resta difficile ritrovare in questi modelli lo spirito delle Giulia, Alfetta, Alfasud e 75. È anche per questo che il ricordo del 1986 continua a pesare.
