Fra le granturismo e le sportive Ferrari dell’era moderna, quelle con l’unità propulsiva disposta alle spalle dell’abitacolo sono a mio avviso le più seducenti. Il loro carisma è inebriante ed evoca la magia della 330 P4, una delle “rosse” più eccitanti di tutti i tempi. Questa aveva un motore a 12 cilindri ad animarne la danze: lo stesso frazionamento delle auto del “cavallino rampante” protagoniste del nostro articolo.
Le due Ferrari prese oggi in esame non sono, ovviamente, le uniche del marchio col V12 in posizione posteriore centrale, ma trovano due elementi di connessione: la natura rigorosamente endotermica del cuore; la collocazione ai due poli energetici della specie. Una è infatti la meno potente, l’altra la più potente sin qui fatta, tra quelle nate senza ricorrere a processi di ibridazione. Se lo gradite, seguiteci nel nostro viaggio alla loro scoperta.
Ferrari 512 BBi

Questa vettura ha un fascino senza tempo. Il suo splendore è della miglior specie. Parlare di un capolavoro di stile riflette perfettamente la sua essenza. Nessun eccesso nel collocarla fra le più grandi opere d’arte dell’umanità. Questa straordinaria granturismo rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti dalla matita di Pininfarina.
Le sue forme scrivono un perfetto connubio di aggressività e classe. Possiedono un magnetismo unico che incanta gli occhi e accende l’apparato emotivo. Perfino un maestro del design automobilistico come Bruno Sacco ne ha celebrato la bellezza in una vecchia intervista, e sfido chiunque a dargli torto: siamo di fronte a una silhouette immortale, che non teme confronti.
La Ferrari 512 BB fece il suo debutto in società quando le lancette del tempo segnavano l’anno 1976. Naturale erede della 365 GT4 BB, custodisce un intrigante retroscena romantico. Quella sigla finale, ufficialmente tradotta come “Berlinetta Boxer”, nasconde in realtà un omaggio alla bellezza di Brigitte Bardot.
La sensualità prorompente dell’attrice francese fu accostata più volte alle linee sinuose della vettura. Per creare la liaison, senza una citazione diretta, si decise di affiancare le due “B”, acronimo di Berlinetta Boxer, ma quest’ultimo appellativo era una consapevole forzatura narrativa, come ben sanno i puristi della tecnica.
Il motore di questa Ferrari è in realtà un 12 cilindri a V di 180 gradi (con i pistoni opposti che condividono la stessa manovella). Un vero boxer prevede invece movimenti indipendenti su manovelle distinte. Tuttavia, per le ragioni prima esposte, gli uomini del “cavallino rampante” chiusero un occhio sulla precisione descrittiva.
Cuore pulsante della 512 BB è un motore posteriore-centrale da 5 litri, che libera la sua energia con melodie celestiali, capaci di emozionare persino il mitico direttore d’orchestra Herbert von Karajan. La storia del modello visse una svolta cruciale nel 1981, quando le severe normative antinquinamento d’oltreoceano imposero il pensionamento dei classici quattro carburatori Weber triplo corpo.
Nacque così la BB 512i, equipaggiata con l’impianto di iniezione Bosch K-Jetronic. Questa evoluzione addolcì l’indole della supercar, riducendo di 20 unità la potenza massima, ora “scesa” a 340 cavalli, espressi a 6.000 giri al minuto, con un picco di coppia di 46 kgm a 4.200 giri al minuto. In questa veste il veicolo divenne più gestibile, per la superiore fluidità di marcia, ma a costo di un appeal emotivo leggermente più basso.
La Ferrari 512 BBi, come già fatto dalla sorella a carburatori, si collocava sul trono della gamma del “cavallino rampante”. Era l’oggetto del desiderio assoluto. Tutti la volevano, pochi potevano permettersela. Sul fronte cronometrico, le sue performance parlavano chiaro: 14.2 secondi per coprire i 400 metri da fermo e 25.1 secondi per coprire il chilometro. La velocità massima si fissava a quota 280 km/h.
Oggi numeri del genere sono alla portata di auto molto meno blasonate, ma vanno contestualizzati nel rispettivo periodo storico, quando erano al vertice. Le vibrazioni e le emozioni di guida che questa leggendaria creatura sa regalare restano insuperabili.
Ferrari Daytona SP3

Qui si è nell’Olimpo dell’automobilismo. Poche opere a quattro ruote riescono a sedurre con la stessa intensità. Incredibile il suo splendore. La Ferrari Daytona SP3 conquista il cuore ed entra in sintonia con i suoi battiti. Destinata a una ristretta élite di clienti, legati da un consolidato rapporto di fedeltà al marchio emiliano, questa sportiva da sogno è l’ultima gemma in ordine cronologico della Serie Icona.
Parliamo di una famiglia di vetture, lanciata dalle Monza SP1 e SP2, che onora i modelli più carismatici del passato, senza ricorrere allo stucchevole rito del remake. Il capolavoro di cui ci stiamo occupando reinterpreta il DNA più nobile e glorioso del “cavallino rampante”, proiettandolo nella modernità.
Nessuna nostalgica operazione di retro-design, ma qualcosa di completamente diverso, dove la liaison con la storia aleggia nell’aria senza imbrigliare l’estro creativo.
Con la Ferrari Daytona SP3 a Maranello hanno saputo compiere un vero prodigio alchemico, confezionando una carrozzeria dove si coglie la suggestione spirituale della mitica 330 P4, ma anche della 250 P5 Berlinetta Speciale di Pininfarina, cui si connette stilisticamente la coda, con alcuni rimandi. Il risultato è sublime.
Onore al merito di Flavio Manzoni, che ha saputo sviluppare un prodotto di eccezionale fascino, dove i richiami al passato si fondono in un linguaggio estetico inedito e dirompente. Nel nome del modello si celebra la storica tripletta conquistata dalle “rosse” alla 24 Ore di Daytona del 1967, mettendo anche in risalto la progressione numerica dei progetti speciali della Serie Icona, di cui è la terza espressione.
Pur se derivata dalla struttura de LaFerrari Aperta, la Daytona SP3 è completamente diversa sul piano estetico. Anche l’anima di questa Ferrari è stata purificata, con la totale rinuncia all’assistenza elettrica del precedente sistema ibrido, per abbracciare la magia più genuina dell’endotermico e per amplificare il coinvolgimento sensoriale del pilota.
Qui la spinta fa leva soltanto sull’eccezionale V12 aspirato da 6.5 litri di cilindrata: un’opera d’arte ingegneristica che eroga la bellezza di 840 cavalli. Parliamo di un motore che è un monumento dell’ingegno umano, una testimonianza di eccellenza tecnologica che meriterebbe la tutela dell’UNESCO.
Quando la lancetta del contagiri si lancia verso la vetta dei 9.500 giri al minuto, i dodici cilindri intonano una sinfonia celestiale, una colonna sonora magnetica dalla quale è letteralmente impossibile staccarsi. Le cifre prestazionali si spingono ai limiti della fisica ma, pur essendo eccezionali, faticano a tradurre in parole l’intensità delle vibrazioni provate a bordo.
Riportiamo i dati per dovere di cronaca: accelerazione da 0 a 100 km/h in 2.85 secondi; da 0 a 200 km/h in 7.4 secondi; velocità massima di oltre 340 km/h. Destinata esclusivamente ai collezionisti più fedeli e selezionati del marchio, questa creatura incarna l’essenza stessa della magia di Maranello.
La Ferrari Daytona SP3 non teme confronti: si colloca un gradino sopra la quasi totalità delle supercar contemporanee. Resistere al suo fascino totalizzante è un’impresa impossibile; davanti a un simile splendore, l’innamoramento è l’unica strada possibile.
Fonte | Ferrari
