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Non una storia per puristi: Ferrari Dino “swappata” con motore V8 fa faville all’asta

Una Dino 246 GTS del 1972 completamente modificata va all'asta su Bring a Trailer con offerte già oltre 800.000 dollari.

Ferrari Dino 246 GTS

Enzo Ferrari la concepì come un omaggio al figlio Alfredo, scomparso troppo presto, e la firmò come Dino, un’auto già allora considerata minore. Per decenni, i collezionisti hanno seguito quella logica: la 246 GT e GTS erano belle, certo, ma un gradino sotto. Si potrebbe dire che parliamo quasi di una “roba da appassionati”, non da investitori veri.

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Poi arriva un’asta (sciagurata) su Bring a Trailer e rimette tutto in discussione. L’esemplare in questione è una Dino 246 GTS del 1972, passata tra le mani della britannica Moto Technique tra il 2017 e il 2018 per un restauro che di conservativo ha ben poco. Il V6 da 2,4 litri originale è sparito. Al suo posto vive un motore V8 Tipo 105C aspirato da 3,6 litri, con corpi farfallati indipendenti, testate modificate e centralina MoTec personalizzata.

Erogazione dichiarata di circa 400 CV, trasmessi alle ruote posteriori da un cambio manuale a cinque marce. Radiatore in alluminio, ammortizzatori coilover e barre antirollio completano il pacchetto meccanico. Una Ferrari “tradita”, se vogliamo.

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La carrozzeria è stata sverniciata e riverniciata in nero. I fari adesso hanno coperture in plexiglas, i cerchi da 17 pollici calzano Michelin Pilot Sport 4S, e i freni arrivano direttamente da una Ferrari 360 Modena.

Dentro, sedili in stile Daytona rivestiti in pelle rossa e nera, tappeti rossi, leva del cambio a griglia e impianto audio con connettività iPod, dettaglio che racconta quanto tempo sia passato da quel restauro. Dal completamento dei lavori, la Dino ha percorso circa 13.679 km.

Le offerte hanno già superato gli 800.000 dollari. Che una Dino così pesantemente modificata, senza corrispondenza tra numero di telaio e motore, senza quasi una virgola di originalità, valga una cifra del genere è, oggettivamente, una domanda legittima. I puristi storcerebbero il naso: pagare quasi un milione per un’auto che ha volutamente rinunciato alla propria identità meccanica originale non è esattamente ortodosso. Eppure il mercato sembra non curarsene. Chi offre non sta comprando la Dino che uscì da Maranello nel 1972. Sta comprando quello che è diventata. Un’americanata, qualcuno direbbe.

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