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La Ferrari 250 GTO non necessita di un sequel: c’è però quella Made in India

Il designer Krishnakanta Saikhom immagina la SC250: cosa sarebbe diventata la 250 GTO se l'aerodinamica avesse continuato a evolversi.

ferrari SC250

Solo 36 esemplari prodotti, un record d’asta da 70 milioni di dollari nel 2018, e sessant’anni dopo ancora nessuno che riesca a parlarne con distacco. La Ferrari 250 GTO è una di quelle cose che resistono all’analisi razionale, e forse è proprio per questo che continuano ad attrarre designer che vogliono “toccare” un’eredità scomoda.

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Krishnakanta Saikhom, ingegnere meccanico indiano, già noto per il concept Lamborghini Massacre, ha scelto di avventurarsi sulla 250 GTO con uno sviluppo aerodinamico inarrestabile, immune ai vincoli normativi, senza compromessi. La risposta si chiama SC250, e ha la forma di un’hypercar pronta per Le Mans e dipinta in Rosso Corsa.

ferrari SC250 e 250 gto

L’originale nacque con un metodo quasi pre-industriale. Sergio Scaglietti lavorava il metallo direttamente sul telaio, senza disegni preparatori, mentre Giotto Bizzarrini affinava la forma in galleria del vento all’Università di Pisa e a Monza. Il risultato fu una silhouette lunga e bassa, fiancate muscolose, il caratteristico posteriore Kamm.

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Saikhom ha ereditato questa logica e l’ha portata all’estremo. La SC250 mantiene il rapporto muso lungo–coda corta dell’originale, ma allunga la carrozzeria lateralmente, arretra l’abitacolo quasi sull’asse posteriore fino a ridurlo alla cupola di un caccia militare, aggiunge uno splitter a tutta larghezza e canali aerodinamici che non esistono per fare scena.

ferrari SC250

Il frontale è la rottura più netta con l’ortodossia. L’originale 250 GTO aveva un muso stretto e arrotondato con due prese d’aria discrete. La SC250 lo sostituisce con geometrie da regolamento FIA. L’unico dettaglio che riporta alla stirpe è il cavallino rampante al centro dello splitter, quasi nascosto dall’aerodinamica aggressiva che lo circonda.

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Il posteriore completa il ragionamento con quattro terminali di scarico circolari disposti a coppie, diffusore in carbonio, cerchi Michelin a cinque razze grafite che richiamano i raggi incrociati dell’epoca.

Saikhom ha capito cosa ha reso grande la 250 GTO, quella fusione tra bellezza ed efficienza che non ammette orpelli. Portandola alle sue conseguenze estreme, possiamo però affermare che della GTO che conosciamo, qui, non sopravvive molto. Forse, di quel modo di lavorare a una “creatura” Ferrari, non vedremo più traccia. Il mito, però, resta. Meglio se confinato alla sua idea originale.

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