Stellantis ha chiuso in positivo a Piazza Affari in una giornata in cui a riportare attenzione sul gruppo è stato soprattutto un tema delicato, ma sempre più presente nel dibattito industriale: la possibile riconversione di una parte del settore automotive verso produzioni legate alla difesa. A riaccendere la discussione sono state alcune indiscrezioni arrivate dagli Stati Uniti, secondo cui il Pentagono avrebbe avviato primi contatti con gruppi come Ford e General Motors per capire se una parte della capacità produttiva civile possa essere utilizzata per realizzare componenti militari.
Secondo il New York Times il Pentagono avrebbe sondato i gruppi auto per una eventuale riconversione delle fabbriche
Secondo quanto riportato dal New York Times, si tratterebbe comunque di ragionamenti ancora molto preliminari, concentrati più su componentistica specifica che su sistemi completi. Alla base di queste valutazioni ci sarebbe la necessità di rafforzare le scorte militari americane, messe sotto pressione sia dal conflitto con l’Iran sia dal sostegno all’Ucraina.
Gli analisti di Equita invitano però a leggere questa ipotesi con cautela. Una riconversione del genere, spiegano, non sarebbe immediata e richiederebbe investimenti mirati, nuovi macchinari e soprattutto un adattamento profondo di impianti nati per produrre automobili. Anche nel caso in cui questo scenario prendesse davvero forma, l’impatto riguarderebbe comunque solo una quota limitata della capacità produttiva.
Il fatto che Stellantis, almeno per ora, non venga indicata tra i gruppi coinvolti non sorprende più di tanto, anche perché in questa fase iniziale il Pentagono avrebbe guardato soprattutto ai costruttori americani. Questo però non significa che riflessioni simili non possano emergere anche più avanti, magari anche in Europa, se il contesto internazionale dovesse restare così instabile.

Il paragone con le grandi riconversioni industriali del passato viene quasi spontaneo, ma oggi lo scenario è molto diverso. La produzione militare richiede tecnologie, standard e competenze molto specifiche, spesso lontane dal mondo automotive tradizionale. Ed è proprio per questo che, almeno nel breve periodo, l’idea di trasformare fabbriche d’auto in poli produttivi per la difesa appare più complessa di quanto possa sembrare a prima vista.
