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Le Ferrari 2.0 litri a motore posteriore centrale più belle

Nonostante la cubatura ridotta, queste “rosse” hanno un fascino stilistico unico e prezioso.

Ferrari 208 GTB Turbo foto Ferrari
Ferrari 208 GTB Turbo (Foto Ferrari)

Piccolo non è sinonimo di brutto. La cosa vale anche in ambito automobilistico. In casa Ferrari, ad esempio, ci sono state alcune vetture di cilindrata ridotta capaci di esprimere un fascino stellare, almeno sul piano estetico. È il caso della Dino 206 GT e della 208 GTB (derivata dalla 308 GTB da 3.0 litri). Sono, entrambe, delle opere d’arte, firmate Pininfarina. Il taglio stilistico delle loro carrozzerie è inebriante.

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Nonostante siano passati decenni dal loro debutto in società, seducono ancora oggi. Anzi, oggi lo fanno con una forza maggiore che mai, perché i grandi capolavori migliorano col tempo e diventano sempre più alti nella percezione comune. Qui, cari signori, non si parla di design, ma di arte ad elevato indice di funzionalità. Solo i grandi geni dell’estro creativo possono dar vita a simili gioielli. Qualora la cosa fosse di vostro gradimento, seguiteci alla scoperta di questa coppia di opere d’arte a quattro ruote. Non ve ne pentirete.

Dino 206 GT

Ci sono auto le cui linee sono magiche. Auto con carrozzerie scultoree che meriterebbero un posto d’onore al Louvre di Parigi o a Palazzo Pitti di Firenze, tanto è il loro splendore creativo. La Dino 206 GT appartiene alla specie. Questa Ferrari senza “cavallino rampante” porta in dote la magia delle opere emiliane e si offre alla vista con tratti di sublime grazia, che conquistano il cuore sin dal primo sguardo.

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Impossibile resistere al richiamo ormonale prodotto da una simile creatura, il cui stile è da antologia. Con lei l’amore è immediato. Del resto, stiamo parlando di una delle più belle creature di Pininfarina. Non un ammasso informe di materie, ma una miscela di ingredienti estetici capaci di scatenare inebrianti vibrazioni sensoriali. Possiamo dire, senza timore di smentita, che questa vettura ha un’anima. Con lei si accende subito la fiamma della passione.

Pur se non porta il nome Ferrari, la coupé di Maranello che stiamo mettendo a fuoco fa parte al 100% della sua storia e ne condivide in pieno il DNA. Possiamo vederla come una “rossa” con un nome diverso. Sicuramente è un capolavoro di design. A lei devono molto le alchimie stilistiche delle auto del “cavallino rampante” nate dopo il suo debutto.

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La presentazione della Dino 206 GT avvenne quando le lancette del tempo segnavano l’anno 1967. Subito entrò nel cuore di tutti, per la sensualità e l’armonia del corpo grafico. Il nome scelto rendeva omaggio alla memoria del figlio di Enzo Ferrari e puntava a mettere il marchio primario al riparo da eventuali ripercussioni negative connesse al posizionamento di mercato più “popolare”, al frazionamento basso e alla collocazione posteriore centrale del motore.

Questi timori si rivelarono infondati, perché l’auto piacque in modo olistico. Nessuno avrebbe osato criticarla neppure se fosse stata chiamata Ferrari. In totale il modello prese forma in 152 esemplari. Poi si passò a una cilindrata più alta, da 2.4 litri, con la 246, offerta anche in versione GTS, ossia scoperta, ancora più bella dal punto di vista estetico.

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Oltre che seducente sul piano visivo, la Dino 206 GT è molto gratificante alla guida. La finezza del suo carattere e le musicalità meccaniche sono inebrianti. Anche il profilo prestazionale non delude, nonostante la piccola cilindrata. Certo, la sorella maggiore è tutta un’altra cosa, ma anche qui la tempra è buona. Oggi la berlinetta emiliana di cui ci stiamo occupando è molto ricercata dai collezionisti. Le sue quotazioni la rendono inaccessibile a chi vive nella normalità finanziaria e reddituale.

A fornire l’energia dinamica provvede un motore sorprendente per il tenore prestazionale che è in grado di regalare, nonostante la piccola cilindrata. Stiamo parlando di un V6 da 1.987 centimetri cubi di cilindrata, alimentato da tre carburatori Weber doppio corpo, che sviluppa una potenza massima di 180 cavalli, a 8.000 giri al minuto. Il tutto su peso a secco di soli 900 chilogrammi. Ne derivano uno scatto da 0 a 1.000 metri in 27 secondi e una punta velocistica di 235 km/h. Non male, vista la cubatura.

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Ottima la manovrabilità del cambio manuale a 5 rapporti, con la classica griglia cromata, che fa impazzire gli appassionati. All’azione frenante provvedono 4 dischi, adeguatamente calibrati. La Dino 206 GT è un fantastico gioiello Made in Italy, che scatena grandi pulsioni emotive. Abbandonarsi alle sua poesia è un fatto naturale, che non richiede il benché minimo cenno di forzature, come accade con tutte le Ferrari, anche se in questo caso senza “cavallino rampante”.

Compatte le sue dimensioni, con una lunghezza di 4.150 mm, una larghezza di 1.700 mm, un’altezza di 1.115 mm e un passo di 2.280 mm. Nel configurarne la carrozzeria, Aldo Brovarone disegnò per Pininfarina delle linee mozzafiato, entrate nella storia, come esempio di preziosismo stilistico. A Scaglietti il compito di vestire materialmente il telaio tubolare in acciaio. L’esito degli sforzi? Una creatura di straordinario splendore, che fa sognare ad occhi aperti.

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Con la Dino 206 GT si guadagna l’ammirazione di tutti, in ogni contesto ambientale. Nei più prestigiosi concorsi d’eleganza del pianeta non teme il confronto con auto ancora più blasonate, perché sul piano estetico è arte allo stato puro. Questa è una berlinetta con cui ancora oggi si possono sperimentare le emozioni della Dolce Vita, al più alto livello. In nessun luogo si è fuori posto; ovunque si diventa protagonisti: dalle vie dello shopping ai porti più esclusivi, dai red carpet alle arterie viarie panoramiche fiancheggiate dal mare. Il tutto vivendo un piacere contemplativo e dinamico di alta scuola, nonostante la piccola cilindrata.

Credo che nessuna vettura stradale di pari cubatura sia in grado di emozionare come la Ferrari senza “cavallino rampante” celebrata in questo articolo. Averne una in garage è il sogno di ogni appassionato e di ogni collezionista, ma i prezzi negli ultimi anni si sono fatti davvero inaccessibili. La loro ascesa era prevedibile, per il fascino sublime di questa creatura, per la sua rarità e per le scariche di adrenalina regalate sia da ferma che in movimento. Che aggiungere? Chapeau agli uomini di Maranello per aver saputo confezionare un simile gioiello, destinato all’eternità. Con lei i sogni si sublimano.

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Ferrari 208 GTB/GTS aspirata e turbo

Nelle sue forme si condensa la magia del “cavallino rampante”. Questa vettura, dal punto di vista estetico, è uno dei più grandi classici del marchio. Deriva dalla 308 GTB, di cui imita quasi fedelmente le alchimie estetiche, ma ha un motore da 2.0 litri al posto di quello di 3.0 litri dell’altra. Una scelta connessa alla necessità di bypassare l’Iva pesante sulle auto oltre duemila prevista in quel periodo storico dal governo italiano. Altrove non esistevano norme paragonabili, ecco perché il bacino di sbocco del Belpaese fu il suo terreno d’elezione.

La Ferrari 208 GTB fu prodotta a partire dal 1980. Rispetto alla Dino 208 GT/4, anch’essa nata per il mercato domestico, aveva due strapuntini in meno, trattandosi di una sportiva a due posti secchi, ma si offriva alla vista con uno stile molto più intrigante. Qui il quadro stilistico raggiungeva il diapason dello splendore.

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I suoi flussi visivi sono fra i più iconici disegnati da Pininfarina per la casa di Maranello, anche se la paternità delle forme va alla già citata 308 GTB, di cui fu la sorella minore sul piano motoristico. Sinuosa ed aggressiva al punto giusto, la Ferrari 208 GTB si concede agli sguardi con linee da top model. I tratti della carrozzeria sono qualcosa di indescrivibile in termini splendore. Miscelano, con sublime grazia, la sportività all’eleganza, dando vita a una miscela perfettamente bilanciata, dove l’armonia espressiva e la classe sono un fatto innato.

Nulla è fuori posto nella tela compositiva, che si esprime con un carisma straordinario. Avrete capito che amo le sue forme. Non sono l’unico a vivere con entusiasmo le sue alchimie dialettiche, perché milioni di altre persone la pensano esattamente allo stesso modo. Qui, cari signori, siamo al cospetto dell’arte più nobile e questa mette tutti d’accordo. Non ho mai incontrato una persona dubbiosa sulla splendore della “rossa” in esame, né mai ho letto o sentito critiche sul suo trattamento stilistico. Accade solo per i capolavori e qui ci sono tutti gli attributi per assegnare in modo appropriato un appellativo così importante.

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Sotto il cofano posteriore della Ferrari 208 GTB trova accoglienza, in posizione trasversale, un motore V8 a 2 valvole per cilindro, da 1.991 centimetri cubi di cilindrata. La potenza massima messa sul piatto è di 155 cavalli a 6.800 giri al minuto, con un picco di coppia di 170 Nm a 4.200 giri al minuto. Sono cifre più che dignitose rispetto alla cubatura, ma per un’auto del “cavallino rampante” lasciano l’amaro in bocca. Ne risentono le metriche.

Gli oltre 1.230 chilogrammi di peso faticano a prendere il ritmo con la forza che ci aspetterebbe da una creatura di Maranello ed anche la punta velocistica, di 215 km/h, non si può certo definire da bolide di Formula 1. Ci si consola con il bel sound e con il sano comportamento stradale, allineato a quello della sorella maggiore.

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Ottima la robustezza del telaio tubolare in acciaio, specie rispetto alle performance espresse dalla Ferrari 208 GTB. Questo modello prese forma anche in declinazione aperta, con tettuccio rigido asportabile: la GTS, prodotta in 140 esemplari, contro i 160 della coupé. La “rossa” in esame piaceva su tutti i fronti, ma la clientela non digeriva le metriche energetiche insufficienti. Così gli uomini del “cavallino rampante” corsero ai ripari, sviluppando una versione sovralimentata del modello, la prima del listino del marchio con questa tecnologia, i cui vantaggi erano emersi in modo chiaro nel mondo dei Gran Premi.

Nella nuova veste, la “piccola” fu portata al debutto al Salone dell’Auto di Torino del 1982. La potenza crebbe a 220 cavalli, a 7.000 giri al minuto: un valore ben più intonato ai prodotti del mito emiliano. Fra le vetture da 2.0 litri divenne la best in class di quel periodo storico. Anche la tempra dinamica poneva la “rossa” su un livello più alto rispetto alla concorrenza del tempo.

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La Ferrari 208 GTB Turbo seppe superare i limiti del precedente allestimento, con un vigore operativo degno delle impressioni trasmesse dal look. Ovviamente la stessa identica cosa accadde per la variante GTS, acronimo di Gran Turismo Spider. Grazie alla sovralimentazione KKK, la berlinetta emiliana tirò fuori gli artigli, riducendo a 6.6 secondi il passaggio da 0 a 100 km/h. Roba che le altre auto di pari cilindrata potevano sognare, al pari della punta velocistica, cresciuta a quota 242 km/h.

L’energia, anche in questo caso, giungeva al suolo tramite un cambio manuale a 5 rapporti, gestito con la tradizionale leva che scorre sul cancelletto cromato, con un gioco di rintocchi metallici che seducono il cuore. Rispetto alla sorella aspirata, la Ferrari 208 GTB Turbo si distingue soprattutto per la presa d’aria NACA sulla parte bassa del profilo laterale, vicino alle ruote posteriori. Idem per la GTS. Superfluo dire che il piacere di guida era di alta gamma, anche se l’erogazione meno lineare di quella della 308 Quattrovalvole richiedeva più concentrazione ed imponeva un maggiore livello di stress al volante, complice il turbo lag, in quegli anni abbastanza accentuato. Nulla di trascendentale, per carità, ma per un guidatore comune la sorella maggiore era più facile da gestire.

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Complessivamente, la Ferrari 208 GTB Turbo fu plasmata in 437 esemplari, mentre la GTS Turbo prese forma in 250 unità. Con l’arrivo della successiva versione Intercooler del modello, abbinata alla 328, gli aspetti dinamici si fecero ancora più interessanti, ma il frontale perse un filo del suo fascino. Ecco perché nel nostro articolo abbiamo scelto la carrozzeria più liscia e quindi più pura, che aderisce meglio allo spirito artistico dell’analisi.

Fonte | Ferrari

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