Nell’ormai lontano 2001, per ragioni forse dettate dal destino, si è disegnata un’esperienza da sogno per me: la Targa Florio Revival, a bordo di un’Alfa Romeo RL Targa Florio del 1924, come navigatore di un imprenditore e aristocratico tedesco.
Quell’avventura si è fissata per sempre nel mio cuore. La custodisco gelosamente nel libro della vita, perché è stata una cosa che pochissime persone al mondo possono raccontare. Quando ne rievoco il ricordo, è sempre un fiorire di emozioni per me.
Il quartier generale della sfida è nell’area di Floriopoli. Siamo nel paddock, quando passiamo brevemente in rassegna quanto c’è da fare. Comunico al pilota il mio feeling imperfetto con la complessa strumentazione di gara. Ci sono davvero poche possibilità di finire nei piani alti della classifica, ma in fondo questo ci interessa poco.
Entrambi siamo consapevoli che la cosa veramente importante è divertirsi e lo si può fare anche con nobile distacco dai pressostati. Specie se le strade del Piccolo Circuito delle Madonie si apprestano ad essere affrontate a bordo di un gioiello, raro e pieno di storia, come l’Alfa Romeo RL Targa Florio del 1924.

Le fasi prima della partenza sono concitate. È normale che in casi del genere le emozioni vadano fuori controllo. Si cerca di sfoggiare serenità, ma l’adrenalina è a mille e lo si capisce anche da fuori, nonostante si provi a non mostrarne gli effetti. Abbracciati da tanta gente, ci mettiamo in movimento ed usciamo lentamente dall’area del paddock.
Il rombo possente della nostra Alfa Romeo RL Targa Florio del 1924 si fa sentire a grande distanza, preparando il pubblico esterno al nostro arrivo. Percorriamo la strada che fiancheggia i box e andiamo oltre, fino all’incrocio successivo, per fare l’inversione ed allinearci sulla linea di partenza.
Davvero tanti gli spettatori presenti. In casi del genere, quando si è a bordo di un’auto straordinaria, è facile trovarsi al centro dell’attenzione, come divi di Hollywood. Si sentono addosso tutti gli sguardi della gente e gli obiettivi della macchine fotografiche. Non mancano ovviamente le telecamere delle reti televisive, non soltanto italiane. È come trovarsi sul set.
Immagino che i timidi, in casi del genere, possano sentirsi a disagio, ma io, pur essendolo, per varie ragioni ho già una certa dimestichezza coi red carpet cinematografici, quindi vivo il tutto con una discreta naturalezza. Scoprirò di essere stato inquadrato in primo piano, durante lo start, dalla RAI, in un servizio irradiato su una sua rete nazionale.
Me l’hanno detto alcuni amici al rientro a casa, sotto forma di domanda: “Che ci facevi in televisione a bordo di quella fantastica vettura?”. In realtà non lo sapevo neanche io, ma una serie di circostanze inspiegabili avevano portato a quella connessione.
Una volta superata la linea di partenza, dopo lo sventolio della bandiera da parte del commissario, è iniziata la nostra danza romantica lungo il Piccolo Circuito della Targa Florio. Pensate all’emozione vissuta già in quei primi metri da me, che ho le auto nel cuore e sono cresciuto nel territorio della corsa ideata da don Vincenzo Florio.
Qui ho viaggiato su diverse supercar, anche con campioni Challenge e GT e, soprattutto, con Nino Vaccarella e con la sua Ferrari personale. Questo non ha certo reso meno esaltante la mia nuova avventura, con l’Alfa Romeo RL Targa Florio del 1924, appartenuta al conte Lurani. Il pilota è bravo, ci sa fare molto bene. Ha pure dei modi estremamente gentili: tra i migliori che abbia registrato nella mia esistenza. Si vede che è un nobile, di quelli col vero sangue blu.
Troviamo subito una buona sintonia. Mi rasserena il fatto che sia consapevole della mia incapacità di gestire al meglio il rapporto coi pressostati e con la complessa strumentazione di gara. Ad entrambi interessa più l’aspetto ludico, non quello regolaristico, che ci lascia quasi del tutto indifferenti.

Il ritmo si fa presto energico. Salendo verso Cerda ci sono dei bei tratti guidati e diversi rettilinei, lunghi e ben raccordati. Qui tutto si svolge in modo rapido, con le sonorità dell’auto a riempire il silenzio della vallata. Ci sono anche delle curve a raggio e pendenza variabile, che generano degli scivolamenti, tutti ben gestiti.
Ogni movimento della coda si coglie in pieno, perché in pratica siamo seduti a ridosso dell’asse posteriore. Che divertimento, cari signori! È una vera goduria. Arrivati a Cerda ci fermiamo sulla destra, alla pompa di benzina, sopra l’ex Motel Aurim, sede dell’assistenza Alfa Romeo ai tempi della vera Targa Florio.
Qui oggi sorge il Museo Vincenzo Florio, gestito in modo encomiabile da Antonio Catanzaro. Grazie a lui il complesso espositivo è diventato una meta di pellegrinaggio internazionale. Purtroppo non abbiamo il tempo di visitarlo: siamo in gara. Durante il rifornimento si avvicina un maresciallo dei carabinieri del mio paese, che presta servizio proprio a Cerda. Orienta sul mio volto i suoi occhi sgranati.
Gli sembra di vedere qualcosa di familiare, nonostante il mio casco (anzi la mia scodella) in testa e gli occhiali da sole neri. Quando è a portata di voce, mi dice: “Che ci fai Scelsi, a bordo di questa vettura?”. Rispondo: “La Targa Florio Revival”. Vedo che se ne compiace. Lo saluto al volo perché il motore è già riacceso. Siamo pronti a rimetterci sul sentiero di gara.
Ci prepariamo ad affrontare un tratto di strada meno liscio e più animato nelle sue alchimie altimetriche planimetriche. Ogni tanto, nell’asse viario sotto Sclafani Bagni, incontriamo qualche persona a bordo strada. Quando accade arrivano puntualmente dei saluti calorosi, che noi ricambiamo con affetto e con stile da gentiluomini. Mi piace. Mi strapiace. È un’avventura bellissima.
L’auto ha una buona spinta, fluisce bene fra le curve e gli echi della natura condiscono al meglio il rombo del veicolo, aumentando la presa emotiva dell’esperienza. I paesaggi sono incantevoli, oltre che profumati. Certi luoghi rimandano immediatamente la memoria all’azione dei vecchi assi che in passato si misuravano su questo scenario competitivo. Ancora qualche capannello di persone sotto Caltavuturo a salutarci e a sventolare delle bandierine. Si vede che abbracciano con affetto il nostro passaggio.
Nessuna invidia negativa si coglie nei nostri confronti. Non siamo visti come ricchi viziati. Quello del pubblico è un vero affetto, indirizzato ovviamente all’auto, che suscita felici pulsioni emotive. Superato il bivio, inizio a pensare alla discesa verso Scillato. Comincia a serpeggiare in me qualche preoccupazione sulla tenuta dei freni. Alcuni tratti hanno una pendenza molto ripida e le curve sono secche. Ci sono pure dei tornanti. Qui bisogna stare attenti.
Per fortuna il conducente riesce a gestire al meglio le cose, aiutandosi molto col cambio in fase di rallentamento. Arriviamo a un soffio dall’abitacolo di Scillato senza aver accusato il minimo problema, concedendoci pure qualche derapata. Chi siede al posto guida sembra avere una naturale ammirazione per i traversi. La cosa, sinceramente, non mi dispiace affatto, anche per la sicurezza che mi trasmette la padronanza del mezzo da lui esibita.
Prossima destinazione è Collesano. Il segmento viario che si apre all’orizzonte è quasi metà in leggera salita e metà in discesa, con alcune alternanze nella gamma intermedia. Molto bello da gustare questo asse stradale su un’Alfa Romeo RL Targa Florio del 1924.
L’andatura è a tratti sostenuta, ma nei tratti più sobbalzanti il ritmo cala, per prendere un po’ di fiato. Certo, non siamo andati come Tazio Nuvolari o Achille Varzi, ma qualche bella emozione, di taglio fortemente adrenalinico, ce la siamo concessa. Arrivati a Collesano, dove la passione per la Targa Florio accumuna tutti gli abitanti, suggerisco una breve pausa caffé a Carricaturi, dove si fermavano anche Nino Vaccarella, Lorenzo Bandini e gli altri.
Ormai della regolarità non ce ne frega assolutamente nulla. Dietro di noi c’è la Ferrari 500 TRC di un noto collezionista italiano. Lo fermiamo per condividere con noi la pausa. Anche a lui della sfida al pressostato non gliene frega niente. Io, che in questo paese sono di casa, essendo la mia seconda patria, vengo immediatamente salutato da molta gente, che si avvicina alle due auto.
Tanta la curiosità, diverse le domande a me indirizzate, ma il bar ci aspetta e non ci intratteniamo molto. Bisogna ripartire, alla volta di Campofelice di Roccella. La strada che si profila all’orizzonte, fatta salva una breve salita iniziale, è tutta in discesa. È inoltre anche molto scorrevole. Qui Vaccarella, idolo di casa e Re della Targa Florio, si deliziava dello sviluppo planimetrico, il suo preferito, per liberare in modo particolarmente incisivo la potenza delle sue Ferrari 275 P2, 330 P4 e 512 S.
Anche per me è un tratto avvincente, che conosco molto bene, perché lo percorro con una certa frequenza. So a memoria le sue curve, le sue insidie, i legami fra le molecole del suo asfalto. Col mio conduttore ci lanciamo nell’esperienza dinamica a un bel ritmo, fluendo morbidamente da una curva all’altra, con qualche bella accelerata sui lunghi rettifili, deliziati dal rombo della vettura, che inebria in modo olistico.
Non pensavo che una vettura nata appena dopo il primo conflitto mondiale potesse appagare così tanto emotivamente. Devo ammettere che è stata una delle esperienze a quattro ruote più elettrizzanti della mia vita….e non mi riferisco certo al piacere delle auto alla spina, che fatico peraltro a cogliere. Nel 2001, poi, queste forse nemmeno esistevano in listino. Non lo so e neppure mi interessa saperlo. Amo un genere diverso di mezzi a quattro ruote.
Giunti nel centro abitato di Campofelice di Roccella veniamo abbracciati nuovamente dai saluti della gente, sempre ricambiati con classe (consentitemi questo tocco di autocelebrazione). Passiamo il curvone che immette al belvedere e sulla destra possiamo ammirare il mare, da una terrazza osservativa privilegiata. Ci immettiamo sulla statale, in direzione Pistavecchia, dove c’erano le tribune della prima edizione della Targa Florio.
Qui i piloti superavano i 300 km/h coi i prototipi degli anni 70, ma paradossalmente era il tratto più rilassante, perché non c’era la tensione della successione asfissiante di curve. Noi andiamo ben sotto quel limite, ma marciamo bene. Io che no ho visiera e nemmeno un accenno di parabrezza davanti alla mia testa mi sento come un motociclista col casco jet old style, quello dei tempi romantici.
L’aria mi sbatte in faccia, e non è tiepidissima, ma le emozioni sono così grandi che sopporto tutto, con grande piacere. Appena rientriamo nell’area di Floriopoli veniamo abbracciati da un pubblico festante e caloroso, che esprime tutto il suo amore per il “biscione” e per le sue auto dell’era classica, sapientemente incarnato dalla nostra Alfa Romeo RL Targa Florio del 1924. Sono felicissimo. A distanza di 25 anni porto perfettamente fresco nella mia memoria e nel mio cuore il ricordo di quella esperienza meravigliosa.
L’avventura, come scritto a più riprese, si è svolta a bordo di un’auto da corsa della casa milanese. Parliamo di un bolide stellare, che brilla come uno degli astri più luminosi nella galassia sportiva del “biscione”. L’Alfa Romeo RL Targa Florio del 1924 nacque come evoluzione della RL che si era imposta l’anno prima nella sfida automobilistica siciliana, con Ugo Sivocci al volante.
Nel cofano di quell’esemplare era dipinto per la prima volta il quadrifoglio verde su campo bianco. Un simbolo poi entrato nella leggenda, come segno distintivo dei bolidi da gara del costruttore lombardo. Purtroppo quel “talismano” non ebbe fortuna nella gara siciliana del 1924.
L’Alfa Romeo RL Targa Florio era l’evoluzione del modello dell’anno prima: cercava di esaltarne i pregi, riducendo ulteriormente i (pochi) difetti. Sulla sua versione meno potente, di 2.994 centimetri cubi, i cavalli crebbero da 88 a 90. Nell’allestimento più muscoloso, aumentarono sia la cilindrata che la potenza. La prima passò da 3.154 centimetri cubi a 3.620 centimetri cubi, la seconda da 95 a 125 cavalli. Così le performance diventarono ancora più pungenti.
L’esemplare su cui sono entrato in azione sulle strade della Targa Florio è di quest’ultima famiglia. Anche senza conoscerne la storia, avrei detto senza esitazioni che si trattava del più possente della specie. Purtroppo nella edizione 1924 della sfida siciliana l’obiettivo di ripetere il successo ’23 di Sivocci non fu centrato, anche in virtù di alcune disavventure.
Quell’anno la gara andò in scena sul Medio Circuito delle Madonie, lungo 108 chilometri, da percorrere per quattro volte. Vinse una Mercedes e non fu una grande gioia per il pubblico isolano, che tifava per i colori di casa, quelli italiani. Con la stesso modello, Enzo Ferrari si impose alla Coppa Acerbo del 1924, regalando un sigillo iconico alla casa automobilistica milanese.
Il bolide rosso del “biscione” sapeva incantare sui campi di gara. Impossibile resistere al suo fascino, magnetico e conturbante, che ha consegnato il modello alla leggenda, insieme alle altre espressioni della stessa famiglia: una delle più autorevoli e prestigiose di sempre nel meraviglioso comparto delle quattro ruote. Che dire? Chapeau!
