In Volkswagen, evidentemente, le mezze misure non pagano più. Il gruppo di Wolfsburg sta mettendo a punto un nuovo piano di riduzione dei costi con un obiettivo tanto ambizioso quanto inquietante: tagliare il 20% entro il 2028. Oliver Blume e il suo CFO Arno Antlitz hanno presentato questa tabella di marcia all’inizio dell’anno, e sul tavolo c’è l’eliminazione di decine di migliaia di posti di lavoro, accompagnata da quella che loro chiamano “maggiore sinergia industriale tra i marchi”. Meno persone e più fabbriche che si spartiscono il lavoro.

Il management aveva già approvato nel 2024 la soppressione di 35.000 posizioni in cinque anni, principalmente attraverso mancate sostituzioni di pensionati e drastica riduzione del lavoro interinale. Il primo trimestre del 2025 ha visto Cariad, la divisione software incaricata di progettare l’architettura digitale dei veicchi del futuro, subire il peso maggiore: forza lavoro ridotta quasi del 30%.
La strategia si fonda sul concetto di Brand Core Group, un’idea che suona bene nei comunicati stampa: pensare per regioni di produzione anziché per marchi. Armonizzando i processi tra una Seat assemblata in Spagna e una Skoda prodotta nella Repubblica Ceca, Volkswagen spera di generare quelle famose “sinergie”. Cinque regioni di produzione dovrebbero garantire flessibilità, permettendo a uno stabilimento di supportare la produzione di un altro marchio quando necessario.
Paradossalmente, i numeri finanziari immediati non gridano allarme rosso. Il produttore ha sorpreso gli analisti annunciando un flusso di cassa netto di 6 miliardi di euro per il 2025, con previsioni solide di circa 5 miliardi per il 2026. Una liquidità invidiabile che dovrebbe rassicurare, ma che in realtà maschera debolezze strutturali profonde. Porsche sta faticando con livelli di performance preoccupantemente bassi, situazione senza precedenti per il marchio che storicamente ha sempre rappresentato la gallina dalle uova d’oro del gruppo.

Poi c’è la Cina, dove le vendite rallentano e nessun esperto prevede miglioramenti significativi per anni. Gli Stati Uniti, con l’inasprimento dei dazi, complicano seriamente la strategia di esportazione. Il Nord America rimane un mercato ostico dove la quota fatica a decollare. E l’Europa naviga nell’instabilità, segnata da preoccupazioni sul ritmo dell’elettrificazione che non decolla come promesso.
