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Fca, gas serra: la più inquinante per veicolo

Lo attesta un report a cura di Greenpeace

Il settore automobilistico ha prodotto nel 2019 il 9% delle emissioni globali di gas serra: oltre quelle dell’intera Unione Europea. E se si tiene conto delle emissioni medie per veicolo Fca ritira simbolicamente la maglia nera, come marchio più inquinante. A livello generale, Volkswagen produce la maggiore quantità di emissioni, seguita da Renault Nissan, Toyota, General Motors e Hyundai-Kia.

In prossimità al Salone di Francoforte 2019, Greenpeace pubblica i risultati dell’indagine “Scontro con il clima: come l’industria automobilistica guida la crisi climatica”. Nel report viene esaminato l’impatto climatico dei 12 principali costruttori, esaminando la situazione stantia in cinque grandi mercati (Ue, Stati Uniti, Giappone, Cina, Corea del Sud). Il report riporta nuovi calcoli che illustrano l’impatto di carbonio nel biennio 2017-2018, che costituisce le emissioni del ciclo di vita delle vetture vendute per ogni Casa. Affinché la stima fosse più fedele e dettagliata possibile, i ricercatori hanno preso in esame i numeri commerciali globali, delle emissioni delle flotte, legate alla produzione e l’upstream del carburante.

Fca: come gas serra inquina più della Spagna

Il responsabile della campagna Clima di Greenpeace Italia, Luca Iacoboni, afferma: “Viviamo una grave emergenza climatica e le case automobilistiche sono tra le principali responsabili di quanto sta accadendo al clima”. E poi, entrando nel merito, punta il dito contro due compagnie ben precise: “la sola Volkswagen emette più dell’Australia, e non è da meno Fca, l’azienda con il più alto livello medio di emissioni per veicolo, che in termini di gas serra inquina di più dell’intera Spagna.

Dall’accordo sottoscritto a Parigi sono trascorsi quattro anni e la transizione verso una mobilità ecosostenibile è oggi una priorità assoluta. Per conservare l’aumento medio del surriscaldamento globale entro 1,5 °C, Greenpeace invita le aziende ad arrestare la produzione e la vendita delle automobili con carburante termico entro il 2028, inclusi i veicoli ibridi e di impegnarsi a realizzare quelle elettriche più compatte, leggere ed efficienti sul piano energetico.

Come attesta il dossier, “il miglioramento dell’efficienza dei consumi e il passaggio a veicoli ibridi non sono soluzioni adeguate a contrastare la crisi climatica, ma, al contrario, rallentano l’evoluzione inevitabile. “Una trasformazione che non può verificarsi da un giorno all’altro”, si apprende.

Le ibride non “affrontano seriamente la crisi climatica”

“I motori ibridi, sia convenzionali che plug-in, bloccano lo sviluppo rapido di reali alternative – prosegue il comunicato – e non superano la tecnologia dei motori a combustione interna, che va invece abbandonata per affrontare seriamente la crisi climatica. Il classico ibrido poggia interamente sull’unità a combustione interna per la maggiore potenza, ed anche le plug-in, se non utilizzate nella maniera corretta e soprattutto per brevi viaggi, possono provocare notevoli emissioni. “Grazie a test svolti in Europa sui motori plug-in – spiega Greenpeace – si è notato che la differenza tra i risultati dei test e l’effettiva performance su strada è addirittura più alta rispetto ai motori termici classici”.

Eppure, anziché bandire gradualmente i motori a combustione interna (ICE) “implementando un piano d’azione che segua un calendario preciso”, i Costruttori “si rifiutano di compiere questo passo”, schierandosi contro “una solida regolamentazione in fatto di impatti sul clima”.

Fca: suv e pick-up inquinano ancor di più

Ne deriva che il macro-settore, con 86 milioni di vetture vendute nello scorso anno, emette 4,8 gigatonnellate di anidride carbonica, 4,3 per quanto riguarda le 12 aziende analizzate nel report. I cinque colossi con le emissioni più alte sono Volkswagen (582 milioni di tonnellate), Renault Nissan (577 milioni), Toyota (562), General Motors (530) e Hyundai-Kia (401).

Per quanto riguarda, invece, Fca, il dato dipende dal fatto che nutrono appeal, soprattutto, nel mercato statunitense, soprattutto suv e pick-up. Dallo studio targato Greenpace sovviene, infatti, che la rapida propagazione di modelli più grandi e pesanti, quali i suv, sta incrementando ulteriormente le emissioni. Durante l’ultimo decennio, questo segmento ha beneficiato di una crescita pari al 400%, passando, in Europa, dall’8 percento al 32 del 2018. Nel Paese a stelle e strisce costituiscono persino il 69 percento. In conseguenza del maggiore peso e della minore aerodinamicità, le emissioni di anidride carbonica di tale tipologia sono nettamente più elevate rispetto alle altre.

Dal documento inoltrato traspare poca serenità, in quanto “le aziende automobilistiche stanno fallendo nella transizione energetica, mancano inoltre investimenti in soluzioni ai cambiamenti climatici”. Appena una tra le dodici realtà scandagliate, vale a dire Volkswagen, si è prefissa di abbandonare i motori a combustione interna globalmente “peraltro non sufficiente se l’intento è mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C”.

Movimento di protesta 

Inoltre, secondo Greenpeace “c’è assoluto bisogno di migliorare la trasparenza dei produttori di auto sui dati relativi alle emissioni”. Un’altra situazione preoccupante concerne il gap tra i risultati dei test ufficiali e quelli su strada. “Risultati di test che sovrastimano in maniera significativa l’efficienza del consumo di benzina delle auto e invece sottostimano le emissioni di CO2 sono una mistificazione della realtà verso i consumatori”, sottolinea Greenpeace, che attende di analizzare eventuali miglioramenti conferiti dalla nuova procedura Wltp (Worldwide Harmonised Light Vehicle Test Procedure).

Nei giorni in corso i produttori automotive e istituzioni politiche, provenienti da tutto il mondo, parteciperanno al Salone dell’Automobile di Francoforte 2019 (12-22 settembre). Sabato 14 diversi gruppi, tra cui Greenpeace, manifesteranno – muovendosi a piedi o in bicicletta – davanti all’ingresso per reclamare un’accelerazione nel passaggio verso modelli di trasporto più sostenibili.

Greenpeace: nascita e scopi dell’organizzazione

Greenpeace è un’organizzazione non governativa canadese, costituita a Vancouver nel 1971, con finalità ambientali e pacifiste. È rinomata per il coinvolgimento diretto e non violento a favore del clima, dell’interruzione dei test nucleari, delle balene e dell’ambiente in generale. Nel recente periodo l’ente ha mostrato interesse per altre questioni, come il riscaldamento globale, la pesca a strascico e l’ingegneria genetica.

Attualmente, conta su uffici nazionali e regionali in 41 Paesi, ciascuno affiliato con la sede principale situata ad Amsterdam. Finanziata da circa 2,8 milioni di donatori ed entità no profit, Greenpeace rifiuta il sostegno da governi, partiti politici o grande azienda. Non è neanche una società di aderenti spontanei: accetta le donazioni ma non arruola soci.