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Vettel penalizzato in Canada: “Decisione sacrosanta”

Emanuele Pirro commenta la penalizzazione: tornerà da steward a Spa

Sebastian Vettel in tuta Ferrari

A distanza di due mesi e mezzi dalla controversa decisione costata a Sebastian Vettel un probabile successo nel Gran Premio del Canada, Emanuele Pirro, ex pilota e delegato FIA, ha fornito ulteriori delucidazioni sul perché abbia approvato la penalizzazione di cinque secondi. Ecco le dichiarazioni concesse a FormulaPassion.it.

Se lo rifarebbe. “Ho basato non solo la mia carriera automobilistica ma la mia stessa vita sul mettermi in discussione e sull’equità della penalizzazione non ho mai avuto il minimo dubbio. Se l’avessi avuto, non l’avrei attribuita. Ripensandoci tutta la notte seguita al Gp Canada sono sempre giunto alla conclusione che la penalizzazione a Vettel era sacrosanta. Per fortuna, quella è sempre stata fuori discussione”.

Il fattaccio. “La regola è chiara: chi esce di pista può rientrare, se è in grado di farlo, a patto che agisca in sicurezza e senza trarre un vantaggio: cercare di mantenere a tutti i costi la posizione significa trarre un vantaggio. Innanzitutto io ho voluto subito capire quanto la manovra di rientro di Vettel ha impedito il sorpasso ad Hamilton. E lì ho visto dalla telemetria, in tempo reale, che il pilota della Mercedes aveva ripetutamente agito sui freni fino a ridurre la sua velocità di oltre 70 chilometri orari. Se non avesse dovuto frenare per evitare una collisione avrebbe facilmente superato Vettel. La seconda cosa che ho cercato di capire è stata perché Vettel aveva seguito quella traiettoria. E allora sono andato a controllare l’apertura della farfalla dell’acceleratore della sua Ferrari. E ho visto che dal momento in cui è finito sull’erba, dopo un rapidissimo accenno di controsterzo, ha subito iniziato ad accelerare. Cercando di minimizzare la perdita di tempo. Come avrebbero fatto tutti, me compreso”.

Vettel aveva il controllo della macchina. “Ha fatto un controsterzo perfetto e ha rimesso diritta la sua monoposto, che è l’unico modo per ‘sopravvivere’, agonisticamente, ad un’escursione sul prato. Nel momento che ha avuto la macchina diritta, la sua priorità non è più stata quella di non girarsi ma quella di non perdere la posizione, accelerando il più possibile. L’avrebbero fatto tutti. Vettel ha perso il posteriore per un attimo, poi ha subito pensato a rimanere in testa. Ed ha ‘tagliato la strada’ ad Hamilton quanto bastava a farlo frenare senza provocare un incidente. Del resto, questi non sono campioni del mondo per caso. Sanno bene quello che fanno”.

Manovra voluta. “Sì: Vettel ha chiuso Hamilton. E’ un dato di fatto, si vede dalle immagini. Ma la nostra domanda era: lo ha fatto volontariamente o perché la sua Ferrari era fuori controllo? E, ripeto, quando tu vedi la farfalla dell’acceleratore aperta capisci che il pilota ha il controllo del mezzo. Molti hanno sottolineato che lui non ha mai girato il volante verso destra: non ne aveva bisogno. Le due macchine, infatti, avevano traiettorie convergenti di trenta gradi: stavano dirigendosi l’una verso l’altra, bastava andare diritti. Se voleva essere sicuro di non andare addosso ad Hamilton o no rallentarlo, Vettel avrebbe dovuto sterzare a sinistra”.

La morale. “Ho pensato tanto all’impatto che ha avuto la penalizzazione che abbiamo dato a Vettel. E’ stata minima: avrebbe potuto essere più pesante. Nell’accezione comune delle corse, non  esiste che chi vince in pista non sia il vincitore reale, giusto? Io ho pensato: come mai questo? L’appassionato di motorsport non è, culturalmente, abituato all’arbitro. Perché in passato non ce n’era bisogno. Una volta, diciamo fino a vent’anni fa, gli errori li pagavi di persona, per la pericolosità delle piste e delle macchine. Che facevano da deterrente, davano un’autoregolamentazione ai piloti. Funzionava. C’era un rispetto diverso fra i piloti. Questa cosa si è evoluta negli anni. Da quando c’è il pilota-steward i conduttori hanno spinto per avere costanza e coerenza di giudizio. Piano piano si è andati verso una maggior severità: o bianco o nero, niente zona grigia. O si può fare o non si può. Punto. Oggi bisogna fare i conti con questa rigidezza, o attenzione se vogliamo, per avere coerenza”.

Chiarimento con Vettel. “Sì. Lui è stato molto carino. Al Gp successivo al Canada, nel paddock, mi è arrivato da dietro in bicicletta, mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha stretto la mano. Ci siamo detti: ‘Prendiamo un caffé insieme? Sì volentieri’, poi non è successo perché non l’ho più cercato, per non disturbarlo. Ha fatto un bel gesto che non era richiesto e non è stato casuale. Il problema del Canada è venuto dal resto del mondo. Con la Ferrari nessun problema. Camilleri ha dato dichiarazioni sportivissime. Binotto idem. Non mi posso aspettare che siano d’accordo ma quando dicono ‘Accettiamo la decisione’ che altro c’è da aggiungere? Hanno capito benissimo che a me è dispiaciuto moltissimo, da sportivo e da italiano”.

La chiamata di Jean Todt il giorno dopo. “Sì. Il Presidente della Federazione mi ha chiamato per sapere come mi sentivo e per darmi il suo appoggio e la sua solidarietà. A quel momento gli insulti erano già abbastanza noti e divulgati. La percezione dell’accaduto è stata talmente negativa che dall’episodio ha perso un po’ tutta la Formula 1, compresa la Mercedes, perché purtroppo molti non hanno capito la decisione mia e degli altri tre commissari che erano con me. E allora, visto che la salute del motorsport è quella che mi sta più a cuore, ho pensato: se tornassi indietro non lo rifarei. Perché non ho fatto un buon servizio al motorsport.

Ho fatto un buon servizio alla giustizia dello sport ma non all’immagine delle corse. L’ho detto al Presidente e Todt mi ha dato una risposta che mi ha aperto il cuore: ‘Non pensarla così, perché la cosa più importante è fare la cosa giusta. Anche se può costare caro. Bisogna sempre essere a posto con la coscienza. Ricordati: la miglior cosa che si può fare è fare la cosa giusta’. Parole che mi hanno toccato. Certo, anche dopo tanto tempo, non posso dire che penso agli insulti con un sorriso”.

Il ritorno da steward a Spa. “È la prima volta dopo il Canada e sono cambiate alcune cose sul modo d’interpretare certi episodi, quindi non sono tranquillissimo. Però sono a posto con la coscienza e vado avanti. Sino a quando avrò la serenità necessaria per fare il mio dovere continuerò, altrimenti lascerò l’incarico”.