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Charles Leclerc: “Verstappen? Ci toglievamo il saluto”

Il pilota monegasco della Ferrari: “Ad Hamilton invidio la costanza”

Charles Leclerc sorridente in Ferrari

In pista vola, fuori resta coi piedi per terra. Chiamato in Ferrari dopo un anno di “praticantato” in Alfa Romeo, Charles Leclerc ha dato segnali molto importanti. Giunti al giro boa della stagione, ha già conquistato cinque podi. Eppure, come tutti i veri assi del volante, l’enfant prodige monegasco predica umiltà. Non si sente affatto arrivato, bensì pensa a come crescere ancora e centrare il primo successo. Il recente Gran Premio in Ungheria, chiuso quarto, dietro anche al compagno di squadra Vettel, insegna che deve ancora migliorare sotto alcuni aspetti. Sottigliezze, decisive però per marcare la quasi impercettibile linea di confine tra buon e ottimo driver.

Charles Leclerc: “Ad Hamilton invidio la costanza. Tutti son capaci di fare un buon giro, ma nei momenti che contano…”

Charles Leclerc confessa gli insegnamenti appresi da Seb: “Prima di tutto ho imparato dalla sua estrema precisione in tutto ciò che fa con la macchina”, spiega. “L’ho notato da subito, fin dalla prima volta in cui l’ho ascoltato durante un briefing dopo la sessione. Sotto questo aspetto, ho ancora da migliorare”. Ma guarda anche ai campioni delle altre scuderie, soprattutto al leader supremo negli ultimi anni, Lewis Hamilton. Il ferrarista gli invidia soprattuttola costanza. La capacità di sapersi esprimere sempre al massimo. La forza mentale”, rivela ai microfoni di Sette, il magazine del Corriere della Sera. “Tutti possono fare un bel giro, la differenza è metterne tanti insieme nei momenti che contano. Mi sto allenando tanto per riuscirci”.

“Da piccolo io e Verstappen non ci salutavamo”

Durante questi primi dodici GP sulla SF90 hanno entusiasmato le battaglie ruota a ruota con Max Verstappen. Un avversario con cui Charles Leclerc è cresciuto praticamente insieme, dagli avvincenti confronti nei kart, quando erano entrambi bambini. Da piccoli neanche ci salutavamo perché confondevamo il pilota con la persona, eravamo immaturi. Adesso non mischiamo più le due cose, per fortuna”. Per quanto riguarda i miti, fonte di ispirazione alla guida, bisogna scavare nel passato. Senna, per il talento. Era un fenomeno”.

Insomma, il baby fenomeno del Cavallino mira all’eccellenza. E, secondo quanto lasciato vedere sin dall’approdo in Formula 1, sembra disporre del talento necessario per realizzare i propri sogni. Un termine per vincere il Mondiale di F1? “Il prima possibile. Devo crescere soprattutto nell’esperienza. Nelle indicazioni che do ai tecnici, e nella comprensione degli assetti della vettura”. Fatica a convivere con gli errori: “Sono duro con me stesso. Non solo quello in Germania dove sono uscito sul bagnato, anche a Baku ho sbagliato io e l’ho sentito tanto. Succede sempre così quando è colpa mia”.

Gli errori da non ripetere

Facendo un paragone tra le gare in Bahrain e Austria, gli brucia di più la prima: “In Austria Max ne aveva di più e io faticavo a tenerlo dietro. In Bahrein è stato un po’ difficile da accettare, ma alla fine siccome corro da quando ho tre anni ho subito voltato pagina. In questo sport viaggi sempre al limite, è normale che si possa rompere un pezzo. Sai che esiste questo rischio, altrimenti stai a casa”. Nel complesso è soddisfatto dell’ambientamento a Maranello: “Faccio fatica a darmi dei voti da solo, ma a essere sincero sono contento. Non era una sfida facile arrivare in un team importante al secondo anno di F1. Ho avuto bisogno di adattarmi all’inizio, ma sono cresciuto in fretta insieme alla squadra. Devo continuare a concentrarmi sui punti deboli e migliorare”.

Le emozioni provate in Ferrari e la famiglia

Sulle emozioni provate nell’approdare in Ferrari fatica a trovare le parole. “Non è facile descrivere quello che ho sentito la prima volta. Essere un pilota della Ferrari richiede anche concentrazione, determinazione, dedizione. Con il tempo ti abitui, ma ogni volta che indossi la divisa provi una sensazione speciale. Poi arrivi in pista, entri in una bolla e pensi solo a guidare al meglio”.

Si ricorda “benissimo” della prima volta che ha messo piede a Maranello: Ero con Jules. Lui non era ancora in F1, io giovanissimo lo aspettavo fuori dal cancello della pista di Fiorano. Lo stavano intervistando, io dovevo restare fuori perché non avevo il pass. Fissavo quel cancello nella speranza che un giorno sarei potuto entrare. Adesso lo attraverso spesso”. Come Jules, anche papà è stato un punto di riferimento. Ma anche mamma gli “è molto vicina. Lavora, fa la parrucchiera, e quando può viene alle gare. Non a tutte perché ha un po’ di paura, ma nei momenti importanti non manca mai. Siamo una famiglia unita: Arthur, mio fratello minore, corre in Formula 4; a volte capita di ritrovarci sulle stesse piste e siamo felicissimi. Lorenzo, il più grande, si occupa di finanza”.

Nonostante Montecarlo sia la patria del lusso, Charles Leclerc viene da una famiglia normale. Ed “è davvero difficile” spiegare i sacrifici affrontati per arrivare fin qui. Su Monaco circolano tanti stereotipi, se dici che non ci vivono solo i ricchi non ci crede nessuno. Sono gli stranieri ad avere tanti soldi, non i monegaschi “puri” come me. Mi considero fortunato perché papà poteva permettersi di comprarmi un kart per farmi cominciare, ma non navigavamo nell’oro e andando avanti siamo stati limitati perché l’automobilismo è un sport costoso. Altro colpo di fortuna: ho incontrato Jules che mi ha messo in contatto con Nicolas Todt (il suo attuale manager, figlio dell’ex ferrarista Jean ora presidente della Federazione Internazionale dell’Automobile, ndr )”.

Charles Leclerc: “Binotto è uno tosto quando serve”

Caratterialmente di Charles Leclerc colpisce l’autocontrollo: “Non è un dono della natura. Da piccolo era il mio punto debole: ero troppo emotivo e sprecavo energie in cose inutili, ad arrabbiarmi. Ci ho lavorato insieme a degli specialisti e sono migliorato tantissimo”. Anche Mattia Binotto pare un tipo tranquillo, ma ogni tanto si arrabbia. Mattia è uno tosto quando ci vuole, ma è bravo nel gestire le emozioni. Ed è ciò che serve a una squadra. Con lui cosa parlo? Se solo di macchine impazziremmo. Parliamo dei suoi figli, che sono vicini a me per età, e ci sfidiamo a biliardino. Sono partite spettacolari”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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