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Fiat Chrysler: richiede l’arbitrato, ma Bigland si oppone

Prosegue la controversa tra Fiat Chrysler e il capo vendite Reid Bigland

Fiat Chrysler

Fiat Chrysler Automobiles questo mese ha delineato un elenco di motivi per cui il capo vendite Reid Bigland non merita protezioni da informatore. E richiede di inoltrare la controversia per il compenso non corrisposto del 2018 all’arbitrato privato in Delaware. Ma il team legale di Bigland si oppone.

Fiat Chrysler: i fatti incriminati

In atti giudiziari archiviati settimana scorsa, l’avvocato di Bigland, Deborah Gordon, afferma che il capo vendite non ha mai accettato di risolvere la questione attraverso un accordo di arbitrato. Secondo Bigland, 52 anni, il suo risarcimento sarebbe stato ridotto del 90% come ritorsione per la sua partecipazione a un’indagine della Commissione su titoli e borsa degli Stati Uniti nei rapporti sulle vendite dell’azienda e la sua decisione di vendere le sue azioni FCA.

Gordon chiede inoltre al tribunale di respingere la mozione FCA di trasferire l’insolita controversia pubblica all’arbitrato privato nel Delaware. Bigland continua ad essere impiegato da FCA, in qualità responsabile delle vendite negli Stati Uniti, globale di Ram ed è CEO di FCA Canada. Per sostenere la richiesta, Gordon allegato una copia del contratto di lavoro FCA, datato 2016. A firmarlo Bigland e il direttore delle risorse umane Michael Keegan.

La tesi di accusa e difesa

L’avvocato di Bigland sostiene che tale contratto, sottoscritto due anni dopo l’emissione delle azioni, sostituisce e previene eventuali accordi o dichiarazioni precedenti. Gordon aggiunge anche di non aver firmato alcuna carta. “Il contratto può considerarsi inequivocabile solamente se redatto in un linguaggio semplice”, commenta Gordon. In quello da dipendente, si afferma che la retribuzione corrisposta include il suo stipendio, i bonus e benefici previsti da altre modalità; compresi quelli inerenti alla borsa, dichiara la difesa. Una copia del contratto, allegato alla causa, afferma che l’intesa è “destinato a sostituire qualsiasi altra indennità di licenziamento prevista dal Gruppo FCA”.

Il contratto stabilirebbe, poi, che “la redazione, la validità e l’interpretazione del presente accordo saranno regolate e interpretate in conformità con le leggi interne del Michigan, senza dare effetto a qualsiasi legge, disposizione o norma contrastante stabilita in qualsiasi altra giurisdizione”. FCA ha deciso di ricorrere all’arbitrato in quanto i documenti a cui si riferimento indicherebbero che Delaware abbia la giurisdizione esclusiva. Inoltre, per FCA non ci sono questioni pubbliche che dovrebbero impedire al caso di finire in arbitrato.

Botta e risposta

Bigland è convinto di avere “diritto al pagamento delle sue retribuzioni e ai bonus guadagnati, che ai sensi del contratto di lavoro costituiscono prestazioni su una base coerente con quelle fornite generalmente agli altri membri del [Consiglio esecutivo del gruppo] nello stesso Paese dove opera”. Mentre un portavoce FCA  dichiarato ad Automotive News: “L’ammissibilità del meccanismo incentivante – come quella di tutti i dirigenti aziendali – è subordinata alla determinazione da parte del comitato, per la remunerazione del consiglio di amministrazione, che siano stati conseguiti gli obiettivi stabiliti e rispettato le condizioni personali di prestazione”, commenta.

Il portavoce conclude: “L’ammissibilità del Sig. Bigland per il suo premio rimane soggetta alla determinazione e al completamento di una valutazione effettuata in consiglio sulle questioni che sono oggetto di indagini governative, come precedentemente divulgato da FCA, a cui FCA stessa collabora. Inoltre, sarebbe inappropriato commentare contenziosi in corso o processi di compensazione interna in questo momento”.

 

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