Detroit non vuole i cinesi in casa e, soprattutto, non li vuole senza regole. L’American Automotive Policy Council, la lobby che rappresenta Ford, General Motors (GM) e Stellantis, ha risposto con toni preoccupati all’apertura di Donald Trump verso i produttori cinesi.
Il presidente americano aveva dichiarato diversi giorni fa di non opporsi alla costruzione di stabilimenti negli Stati Uniti da parte di BYD o di qualsiasi altro marchio di Pechino, purché impieghino lavoratori americani. Un’apertura che ha paragonato, con una certa disinvoltura, all’arrivo delle case giapponesi negli anni Ottanta. Come se Toyota e Honda avessero operato con il sostegno diretto del governo di Kyoto.
È qui che Matt Blunt, presidente dell’AAPC, ha alzato la mano. I costruttori cinesi non competono ad armi pari: beneficiano di sussidi statali, di politiche valutarie su misura e di una serie di meccanismi che il mercato libero, almeno in teoria, non dovrebbe contemplare. Lasciarli entrare senza affrontare queste distorsioni significa, secondo il consiglio, penalizzare i produttori americani, i loro lavoratori e le comunità industriali che ci vivono intorno.
Il paradosso è che proprio Ford, uno dei tre firmatari della protesta, è finita nel mirino per i suoi accordi con CATL, colosso cinese delle batterie, e con Geely. Il Segretario ai Trasporti Sean Duffy ha esplicitamente invitato Ford a ridurre la dipendenza dalla tecnologia e dalla componentistica cinese. Una situazione che definire imbarazzante è già un eufemismo.
Nel frattempo, fuori dai confini americani il quadro è già cambiato. In Messico i marchi cinesi coprono circa il 20% del mercato delle auto nuove. Il Canada si prepara ad accettare importazioni limitate con tariffe ridotte. La società di analisi AlixPartners stima che entro il 2030 i brand cinesi potrebbero arrivare a rappresentare il 30% del mercato automobilistico globale. Sembra quasi un conto alla rovescia.
Non si parla più dell’ipotetico arrivo dei cinesi negli Stati Uniti. È a quali condizioni, con quali tutele, senza sottovalutare l’influenza che diversi grandi nomi della Repubblica Popolare hanno direttamente all’interno delle strategie dei Big Three di Detroit..

