Le Ferrari F80, Daytona SP3 e Luce sono auto molto diverse. La differenza si fa netta con la terza, mentre le prime due sono più vicine fra loro e, soprattutto, molto ben raccordate nello spirito. Ciascuna di esse esprime al vertice un tema, diventando il riferimento assoluto della categoria di appartenenza.
Sicuramente sono le espressioni al top dell’era più recente del marchio per quanto riguarda le auto (rispettivamente) iper-prestazionali e iper-tecnologiche, analogiche e classicamente evocative, di rottura e alla spina. Ecco perché le abbiamo messe insieme nello stesso articolo.
Ciascuna guadagna la pole position nel cuore di tre tipologie di clienti, ma solo le prime due fanno presa nel sistema emotivo degli appassionati cresciuti a pane e motori, con il culto del “cavallino rampante” a dettare la loro fede automobilistica.
La Ferrari F80 è la supercar che incarna lo stato dell’arte della conoscenza tecnologica del marchio, applicata all’era attuale. Nella Daytona SP3 c’è invece il piacere di guida puro, farcito dalle emozioni uniche elargite da un V12 liscio, portato al massimo vigore.
La Ferrari Luce si orienta forse ai nerd e a una clientela diversa da quella rituale. Gente non sempre affezionata al marchio emiliano. Se lo gradite, seguiteci nel nostro viaggio alla loro scoperta, che ne mette in risalto le caratteristiche e, quindi, le differenze.
Ferrari Daytona SP3
Questa è un’auto sportiva che merita scroscianti applausi. Dai tempi delle F40 ed F50 non si vedeva una “rossa” così sfacciata e seducente. Pur evocando l’universo endurance, i suoi tratti hanno una grande eleganza, ma è la presenza scenica a stupire. Non poteva che essere così per una supercar i cui motivi stilistici evocano quelli della mitica 330 P4.
Sulla parte bassa dello specchio di coda, invece, sono i codici espressivi della 250 P5 Berlinetta Speciale Pininfarina a dettare il ritmo. Flavio Manzoni ha fatto un lavoro coi fiocchi, dando vita a una scultura a quattro ruote, il cui splendore la colloca di diritto fra i grandi capolavori dell’umanità.
La Ferrari Daytona SP3 è una vera delizia per gli occhi. Nei suoi lineamenti si miscelano con gusto le note della storia e quelle dell’innovazione. Ovvio subirne il contagio emotivo, perché cattura immediatamente il cuore. Questa è una vettura audace, ma anche romantica, perché la sua modernità si esprime in connessione con la storia più nobile.
La componente analogica è dominante e non ci sono forzature hi-tech. Manca pure l’ibridizzazione, così tutto è più puro e liscio. Genuino come il look che, senza appendici alari, riesce a generare tutto il carico deportante necessario a tenere l’auto saldamente ancorata al suolo, pure alle andature più sostenute.
Tutto è stato concepito con grande amore e si vede. In ogni dettaglio si coglie la maestria degli specialisti del “cavallino rampante”. Terza espressione della Serie Icona, dopo le Monza SP1 ed SP2, la Ferrari Daytona SP3 rende omaggio come le altre due alla storia più carismatica del marchio.
La base strutturale, in questo caso, è stata fornita dalla Ferrari LaFerrari Aperta, ma l’estetica è completamente diversa. Anche il motore è lo stesso, ma senza il Kers. Così il pacchetto è più autenticamente meccanico. La potenza massima erogata dal V12 da 6.5 litri è di 840 cavalli: una cifra spaventosa se si tiene conto dell’alimentazione atmosferica.
Qui siamo al cospetto di un gioiello ingegneristico del più alto livello. Roba che solo a Maranello sanno fare. Accompagnate da musicalità meccaniche orchestrali, che non si finirebbe mai di ascoltare per il loro sublime splendore, diventano accessibili delle performance straordinarie, solo in parte narrate dai numeri, per quanto questi siano del più alto livello.
Li citiamo per dovere di cronaca: accelerazione da 0 a 100 km/h in 2.85 secondi e da 0 a 200 km/h in 7.4 secondi. La punta velocistica si spinge oltre la soglia dei 340 km/h. Incredibile l’intensità delle vibranti sensazioni vissute a bordo di questo gioiello. Riservata ai migliori clienti della casa di Maranello, la Ferrari Daytona SP3 è poesia allo stato puro, su tutti i fronti.
Il nome del modello celebra la tripletta conseguita dalla casa di Maranello alla 24 Ore di Daytona del 1967. Guardandola sembra una delle vetture giunte in parata in quella gara, rivista però in chiave moderna. Non si tratta, comunque, di un remake. Qui la fisionomia è molto specifica, ma i rimandi visivi alla 330 P4 emergono, nonostante le alchimie grafiche e dimensionali completamente diverse.
Ferrari F80
Questa è la “rossa” stradale più potente e veloce di tutti i tempi. La sua tecnologia è di frontiera. Per migliorare l’efficienza del mezzo i tecnici del “cavallino rampante” hanno dato fondo al loro know-how, applicando soluzioni provenienti direttamente dal mondo delle corse.
Molto stretta la connessione con la 499P, hypercar pluri-vincitrice della mitica 24 Ore di Le Mans. Per mettere a frutto la liaison, i progettisti della casa di Maranello hanno scelto un frazionamento meno nobile del solito: quello a 6 cilindri.
Pur essendo un’architettura posta più in basso nella sfera della nobiltà rispetto a quelle a 12 ed 8 cilindri delle progenitrici, vanta una finezza ingegneristica e un’efficienza (nella tela complessiva) che segnano i nuovi riferimenti assoluti della specie. Il salto in avanti è stato di portata quantica, in termini di forza, bilanciamento delle masse, baricentro, downforce.
Il V6 biturbo e ibrido, da 3.0 litri di cilindrata, della Ferrari F80 si coniuga felicemente alla componente elettrica. L’unità termica sviluppa, di suo, 900 cavalli di potenza massima, cui vanno sommati i 300 messi sul piatto dalla parte elettrica, per un totale di 1.200 cavalli. Questa l’energia complessiva sviluppata dal powertrain ibrido.
Le metriche prestazionali sono a dir poco spaziali, con un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 2.1 secondi, da 0 a 200 km/h in soli 5.75 secondi e una velocità massima di 350 km/h. Ancora più impressionante il tempo sul giro messo a segno sulla pista di Fiorano: 1’15″30. Siamo tra la FXX e la FXX K, oltretutto con coperture stradali. Credo non occorra aggiungere altro.
Figlia della migliore ingegneria del “cavallino rampante”, questa coupé ne rappresenta lo stato dell’arte. A lei il compito di dare continuità, nell’era attuale, alla blasonata stirpe delle supercar del marchio aperta dalla GTO nel 1984 e proseguita con le varie F40, F50, Enzo e LaFerrari, di cui è l’erede ideale. Incredibile il progresso compiuto sulle progenitrici in termini di performance ed efficacia dinamica.
La cosa fa ancora più impressione se si tiene conto che avvicinandosi al limite delle leggi della fisica, ogni progresso diventa più faticoso, perché i margini si comprimono. Qui però parliamo di un’azienda di riferimento, non di un costruttore qualsiasi.
La Ferrari F80 incarna il meglio della conoscenza del “cavallino rampante”. Riesce nello scopo sfruttando con grazia le sinergie col mondo delle corse, che fanno parte del DNA della casa di Maranello. Le sue architetture estreme, orientate alle prestazioni, ne fanno un mezzo efficiente e veloce come un bolide da corsa, ma usabile nella tela di vita quotidiana anche da chi non indossa abitualmente tuta e casco.
Il peso è di 1.525 chilogrammi: pochi per una ibrida della sua stazza e con trazione integrale, anche se le antesignane segnano dati migliori alla bilancia. Le dinamiche, però, sono nettamente superiori alle altre e si abbinano a un piacere di guida a dir poco pazzesco. Qui il godimento sensoriale tocca il suo diapason. Al top il carico aerodinamico, con 1.050 chilogrammi di downforce a 250 km/h. Così l’auto è sempre saldamente ancorata all’asfalto.
Ferrari Luce
Questa è la “rossa” più irrituale di sempre. Rispetto alla portata della sua rottura, gli elementi di deragliamento portati dalla Purosangue sembrano poca roba. La Ferrari Luce scrive un radicale cambio identitario del “cavallino rampante”.
Non ha fascino stilistico, non coinvolge esteticamente, è priva di un motore endotermico, ha un sound di altra natura, è pesante, non emoziona come le altre, non entra nel cuore.
Nessuno mette in dubbio la sua straordinaria tecnologia e qualità costruttiva. Anche il comportamento dinamico, probabilmente, è al top, ma tutto il resto fatica a guadagnare il consenso del sistema sensoriale. Ed è quello che differenzia una vettura del “cavallino rampante” dalle altre.
Qui non è questione di efficienza o di prestazioni, ma di magia. Quella magia che ti fa sognare un modello, che attacca i tuoi occhi ai suoi tratti, che incolla le tue orecchie al suo sound. Quella che ti regala una progressione inesauribile, dei cambi di marcia simili a fucilate, la sensazione di essere a bordo di qualcosa di davvero speciale e diverso da tutto il resto.
Quella magia che ti fa venire voglia di comprare un modellino o di mettere un poster in camera. Quella che ti fa fermare per strada se ne vedi una in sosta. Una cosa che accade sempre con le Ferrari, ma non con la Luce, su cui al massimo si posano dei fugaci sguardi di semplice curiosità, senza mordente.
Per quanto eccezionale sia sul piano ingegneristico, è asettica e non coinvolge. A qualcuno, però, piace. Si dice che in Cina e nella Silicon Valley ne abbiano vendute tante. Probabilmente a chi non ha mai amato follemente il “cavallino rampante”. Una clientela forse nuova, di cui la casa di Maranello magari sentiva il bisogno, per ragioni forse comprensibili.
Comunque sia, quest’auto è nata e qualcuno ha persino sborsato 40 milioni di dollari per il primo esemplare, messo all’asta a sfondo benefico. Sicuramente le qualità dinamiche di cui potrà giovarsi saranno ottime. La Ferrari Luce è la prima auto 100% elettrica della casa di Maranello e sfoggia una piattaforma a 880 volt, quattro motori e 1050 cavalli di potenza massima.
Ne deriva un quadro prestazionale di riferimento, con uno scatto da 0 a 100 km/h in 2,5 secondi e una punta velocistica di oltre 310 km/h. Gli uomini del “cavallino rampante” hanno sviluppato il modello con grande attenzione per il piacere di guida.
Molto difficili sono stati l’introduzione del cambio e l’aggiunta di un sound naturale, ma non motoristico: elementi che non fanno parte del normale repertorio di un’auto alla spina. Qui l’handling promette livelli di riferimento fra le vetture elettriche, con passaggi fulminei da una curva all’altra.
Se sul piano stilistico resta l’amaro in bocca, sotto il profilo puramente tecnico la vettura è un capolavoro assoluto fra quelle a batteria. Gli oltre 60 brevetti testimoniano una ricerca maniacale della perfezione e una specificità ingegneristica che solo a Maranello sanno esprimere. Per chi ama il genere elettrico, la Ferrari Luce è al top. Per chi ama la Ferrari, non lo è di certo.



