L’hanno portata a “Passione Engadina”, in mezzo a carrozzerie da museo. La Grande Panda 4×4 è ancora un concept, verniciata bordeaux scuro, dettagli beige, assetto rialzato, ma il messaggio è già consegnato: Fiat vuole rimettere le mani su uno dei miti più resistenti della mobilità italiana.
La Panda integrale del 1983 non è diventata un’icona per il design, ma perché saliva dove gli altri restavano piantati. Squadrata, spoglia, priva di qualsiasi ambizione estetica, trascinava il suo carico di attrezzi, sacchi e dignità montanara su fondi che mettevano in crisi fuoristrada tre volte più costosi. Aveva trasformato la trazione integrale da privilegio a strumento.
Il concept del 2025 ribalta completamente l’architettura meccanica, senza tradire la premessa. Niente alberi di trasmissione, niente rinvii manuali: sull’asse anteriore lavora il motore termico, sull’asse posteriore entra in scena un modulo elettrico. La trazione integrale non è permanente, l’elettronica monitora l’aderenza in tempo reale e aziona il retrotreno solo quando le ruote anteriori cominciano a perdere presa. Una 4×4 “su chiamata”, gestita da algoritmi invece che da leve.
Il risultato visivo è coerente con la retorica del ritorno. Passaruote protetti da plastiche robuste, assetto visibilmente più alto, cerchi che richiamano le vecchie ruote in lamiera stampata, due fari supplementari sul portapacchi. Ogni dettaglio lavora per riattivare una memoria specifica in chi ha vissuto la prima generazione.
Presentarla a un raduno di auto da collezione è stata una scelta con una sua logica perversa. Accanto a carrozzerie che valgono quanto un appartamento, la Panda ricorda che esistono altri modi di fare storia, meno costosi, più sporchi.
Adesso però viene la parte difficile. Un concept resta tale finché qualcuno non firma la produzione in serie. Il vero banco di prova della trazione elettrica posteriore non è però un prato alpino in estate, ma un febbraio qualunque, con fango e zero gradi.



