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3 Lancia nate in collaborazione con Ferrari ed entrate nella storia

Queste auto hanno un cuore nobile, che ne esalta ulteriormente il fascino e il valore storico.

Lancia Stratos Stradale
Fonte Stellantis Heritage

Nella storia Lancia ci sono stati alcuni modelli dotati di motori provenienti da Maranello. Sono creature di categorie radicalmente diverse l’una dall’altra, ma le unisce un marchio dai trascorsi nobili come quello torinese e, soprattutto, la liaison con Ferrari, che è un valore aggiunto senza prezzo. Se il tema vi appassiona, seguiteci alla scoperta dei 3 modelli rappresentativi di questa partnership.

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Lancia Thema 8.32

Lancia Thema 8.32

Per anni è stata l’ammiraglia più amata della scuola italiana, insieme all’Alfa Romeo 164. Col motore proveniente da Maranello il suo fascino si sublimava. Il frutto del matrimonio col “cavallino rampante” ne faceva un prodotto unico. Ecco perché la Lancia Thema 8.32 è diventata un’auto iconica. Gli appassionati la chiamavano anche Thema Ferrari.

L’energia dinamica giunge da un V8 condiviso con le “rosse”. Si tratta della stessa unità propulsiva della 308 GTB/GTS, ma depotenziata, per evidenti ragioni. Su tutte, la necessità di rendere guidabile un mezzo destinato a scaricare la sua energia sulle sole ruote anteriori.

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L’8 cilindri da 3.0 litri, a 32 valvole, eroga in questa veste 215 cavalli, con un picco di coppia di 29 kgm. Ai suoi tempi erano cifre di riferimento per un’auto con la sua architettura. Tanto vigore si traduceva in una spinta molto incisiva fino alla velocità massima, nell’ordine dei 240 km/h.

La raffinata unità propulsiva, di nobile provenienza, esprime la sua forza con le classiche note sonore intriganti delle Ferrari, espresse con tonalità più basse. Il fascino di questo modello è esclusivo. Solo l’arrivo di nuovi dispositivi elettronici, che aiutano a scaricare meglio al suolo la potenza, permisero di fare meglio di lei, negli anni successivi, ma durante la permanenza in listino la Lancia Thema 8.32 fu l’indiscussa best in class, anche in termini di fascino e prestigio.

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Il debutto del modello, nella prima serie, avvenne quando le lancette del tempo segnavano il mese di maggio del 1986. Le consegne iniziarono però l’anno dopo. Per un certo tempo questa fu l’auto a trazione anteriore più potente offerta sul mercato. Doveroso un primato del genere per un modello con l’energia del “cavallino rampante” in corpo.

Fra gli elementi estetici distintivi, la griglia cromata anteriore, i cerchi a stella a cinque punte e l’alettone mobile posteriore. Questa appendice retrattile era l’elemento stilistico e funzionale più caratterizzante. Da segnalare, fra le chicche, le sospensioni a gestione elettronica, regolabili su diversi livelli di taratura.

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Molto raffinato l’allestimento dell’abitacolo, con pelle Poltrona Frau e radica di rosa a profusione. Qui le note del lusso si respiravano in modo pieno. Parlare di un salotto di intonazione sportiva non è per nulla inappropriato.

Nella seconda serie della Lancia Thema 8.32 giunse un leggero restyling, con diverse alchimie dei proiettori anteriori, ora più piccoli, e foggia differente per altri dettagli. Piccoli elementi che segnavano la differenza. Lo spirito nobile del modello rimase in tutto il suo fulgore, solo espresso in forma ancora più esclusiva ed elegante.

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Lancia LC2

Lancia LC2
Fonte Stellantis Heritage

La Lancia LC2 fu pensata per affrontare le insidie del Campionato Mondiale Sport Prototipi. Nelle sfide endurance scese in pista fra le Gruppo C, sfruttando un motore nato in collaborazione con Ferrari. Il suo debutto prese forma alla 1000 km di Monza del 1983. Fra i suoi interpreti anche il compianto Michele Alboreto.

Il ruolino di marcia del modello non fu travolgente, ma i 3 successi messi a segno nelle 51 gare disputate furono motivo di orgoglio aziendale. Nata per contrastare l’egemonia Porsche, la “belva” torinese non riuscì a cogliere l’obiettivo. Seppe tuttavia guadagnare spazio mediatico, con positivi riflessi sul marchio portato in dote.

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Ad alimentare le danze della Lancia LC2 ci pensava un V8 con angolo di 90° fra le bancate, frutto del coinvolgimento di Ferrari ed anche di Abarth. Il cuore, nella veste iniziale, aveva una cilindrata di 2.599 centimetri cubi, ma a partire dalla 1000 km di Monza del 1984 si spinse a 3.014 centimetri cubi.

Sovralimentato con due turbocompressori KKK, questo vulcano energetico erogava nella nuova veste una potenza di 680 cavalli. Non era la cifra massima ottenibile: ci si poteva spingere ben oltre, ma il regolamento prevedeva la formula consumo, rendendo poco conveniente varcarla, tranne che nelle fasi di sorpasso, dove per qualche istante era conveniente sfruttare l’overboost.

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Diversa la musica per le prove, nel corso delle quali era possibile spingersi su livelli energetici nettamente superiori, fra gli 850 e i 1.000 cavalli. Uno dei punti di forza della Lancia LC2 era il telaio made in Dallara. Si tratta di una ingegnosa struttura monoscocca in Avional (leggera fusione di alluminio e rame), lavorata come un favo d’ape, con rinforzi aggiuntivi tramite costole in magnesio.

Il pilota era accolto in una cellula di sicurezza composta da pannelli Inconel e da un roll bar in titanio. Sullo chassis trovava ancoraggio una carrozzeria in materiali compositi, che concorreva alla causa della leggerezza. Purtroppo il modello pagò lo scotto di alcuni limiti in termini di affidabilità, la cui assenza avrebbe reso più luminosa la sua carriera sportiva.

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Nonostante il magro palmares, la sport torinese si è ritagliata uno spazio nella storia. Lancia, con la LC2, tentò l’assalto alla gloria nel gruppo C, dopo il timido esordio con la LC1 scoperta, che non poteva certo competere con le Porsche 956. Così il costruttore italiano alzò la posta in gioco, sviluppando una vettura più adatta allo scopo, ma i risultati non furono quelli sperati nel confronto con le rivali tedesche.

Lancia Stratos Stradale

Lancia Stratos Stradale
Fonte Stellantis Heritage

Nata dal genio visionario di Marcello Gandini per Bertone, la Lancia Stratos si mostra agli sguardi con tratti decisi e cuneiformi, che conquistano il cuore. A lei va il titolo di auto del marchio più suggestiva degli ultimi decenni. Già nelle forme si intuisce che questa non è una creatura nata semplicemente per percorrere le strade, ma per dominarle.

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Il rapporto felice della versione da gara con il successo ha contribuito a scolpire il suo nome nell’eternità del motorismo. Ammantata di nobiltà, la coupé torinese non sembra figlia della sua epoca, ma ha le sembianze di un oggetto misterioso piovuto dalla spazio, per riscrivere le regole.

L’energia dinamica giunge da un motore Ferrari. Si tratta del V6 Dino da 2.4 litri di cilindrata che, nella versione stradale, eroga una potenza massima di 190 cavalli a 7.000 giri al minuto, per uno scatto da 0 a 100 km/h in meno di 7 secondi e una punta velocistica di oltre 225 km/h. Prestazioni di un certo rilievo per il suo periodo storico. A renderle ancora più coinvolgenti ci pensa il sound mozzafiato. Una melodia meccanica che manda in estasi i sensi.

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Possiamo vederla come il degno corredo di quella silhouette tagliente e aggressiva, che pretende muscoli da grande atleta. Grazie a un peso particolarmente contenuto e alle particolari alchimie compositive, la Lancia Stratos danza tra le curve come un fuscello, a condizione di saperci fare, perché il suo carattere nervoso potrebbe mettere in difficoltà gli sprovveduti.

Questa vettura è focalizzata sulle performance e non concede nulla al superfluo. Si fatica a credere che un mezzo del genere potesse ricevere una tiepida accoglienza sul mercato, ma fu proprio così. La crisi energetica e la scarsa praticità del mezzo frenarono gli entusiasmi dei primi potenziali acquirenti, costringendo alcuni concessionari a svendere diversi esemplari, che oggi valgono una fortuna. Chi allora ebbe il coraggio di scommettere su questo gioiello, oggi custodisce un tesoro in garage.

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La variante da corsa della Lancia Stratos era una vera belva da guerra. Con potenze che lievitarono dai 280 fino agli oltre 320 cavalli, divenne l’incubo dei rivali. Il suo palmares è strepitoso. Siamo al cospetto di un’auto che dettava legge sui campi di battaglia, come testimoniano i 3 titoli Mondiali Costruttori consecutivi messi a segno dal 1974 al 1976 e il titolo Piloti guadagnato nel 1977 con il “Drago” Sandro Munari, recentemente scomparso.

Fonte | Stellantis

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