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Anche in America e Spagna, Stellantis blocca le fabbriche

In Italia sono molti gli stabilimenti Stellantis che sono ancora fermi per carenza dei microchip, ma anche all’estero la situazione è critica.

Stellantis

Magari serviranno ad allontanare le paure sull’ipotizzato piano di delocalizzazione delle attività di Stellantis dall’Italia. O magari serviranno per far capire che l’approvvigionamento dei semiconduttori di provenienza asiatica è un problema che riguarda l’intero universo Stellantis ed Automotive in genere.

Fatto sta che anche in Paesi diversi dall’Italia, il colosso nato dalla fusione tra FCA e PSA, chiude stabilimenti e riduce turni e attività.

Sono queste le notizie che arrivano da Nord America e Spagna e che riguardano fabbriche di Stellantis dove si producono Chrysler, Jeep ed Opel.

Stop alla produzione per due settimane, anche nel Nord America Stellantis fa come in Italia

Due settimane di chiusura forzata delle attività, questo ciò che arriva dal Nord America per quanto riguarda due stabilimenti di Stellantis.

Parliamo dello stabilimento statunitense di Belvidere in Illinois per esempio. Oppure a quello sito a Windsor, nell’Ontario.

A Belvidere, Stellantis costruisce la Jeep Cherokee. E se a Melfi lo stop è stato di una settimana dopo la pausa estiva (ma indiscrezioni dicono che si tornerà a chiudere dopo soli 5 giorni di lavoro dal 13 al 18 settembre), nell’Illinois sono due le settimane di blocco.

A Belvidere lo stop indetto riguarderà le due settimane che vanno dal 13 settembre al 27 settembre.

Il motivo sempre lo stesso, la crisi dei microchip. La carenza di quei semiconduttori che vengono prodotti tra Cina, Corea e Taiwan, così fondamentali per le auto di oggi, è alla base delle fermate degli stabilimenti.

Fermate che come abbiamo capito, riguardano tutte le case costruttrici di auto e tutti i Paesi, praticamente indistintamente o quasi.

I fermi delle fabbriche continuano per gli stabilimenti Stellantis

E pure a Windsor, nell’Ontario, si continua con periodi di fermo piuttosto lunghi. Anche in questo caso per carenza dei semiconduttori ed anche in questo caso per due settimane fino al 27 settembre. Questa la motivazione ed il periodo di chiusura imposto allo stabilimento di Windsor nell’Ontario, dove Stellantis costruisce minivan.

Notizia ufficiale pure questa, confermata dai rappresentanti sindacali dei lavoratori di quello stabilimento.

Non una cosa da niente quello che sta accadendo a Windsor perché riguarda circa 4.500 addetti.

In questo stabilimento nordamericano, Stellantis produce infatti i modelli Chrysler Pacifica, sia normale che ibrida, i Chrysler Grand Caravan e i Voyager.

Modelli destinati prevalentemente al mercato statunitense e canadese, molto richiesti pergiunta.

E dopo una chiusura pressoché totale dal 29 marzo 2021 al 5 luglio 2021, si torna allo stop.

“La programmazione viene ancora rilasciata su base settimanale”, questo l’annuncio che i vertici dello stabilimento hanno prodotto per gli operai impegnato in fabbrica.

Regimi ridotti pure in Spagna

Come a Melfi, come a Pomigliano D’Arco, come a Termoli o in Val di Sangro, anche in Spagna, Stellantis riduce le attività nelle sue fabbriche.

La notizia proviene da Saragozza, dove sorge uno stabilimento Stellantis che era PSA prima della fusione.

Si tratta dello stabilimento dove di producono Opel e Citroen, tra i quali, l’Opel Corsa, l’Opel Crossland X e la Citroën C3 Aircross.

La notizia è che Stellantis, a Saragozza, ha sospeso il turno di notte. E di tratta di una sospensione a tempo indeterminato.

Infatti si sa la data a partire dalla quale la linea 2, dedicata alla produzione della Opel Corsa, non avrà più il turno di notte.

Ma non si sa fino a quando. Si parte dal 4 ottobre prossimo.

Lo motivazione anche in questo caso, la carenza dei semiconduttori. La stessa causa che sempre in Spagna ha portato alle interruzioni delle attività riguardanti la produzione della Opel Crossland X e della Citroën C3 Aircross, dal 29 aprile scorso.

A Saragozza quindi si riducono le attività che passano da 24 ore al giorno a solo 16. Sono circa 600 gli operai direttamente interessati da questa riduzione. In Spagna però stanno discutendo se spostare questi lavoratori mandandoli in trasferta in altre fabbriche del gruppo, come quella di Madrid, dove sembra che al momento si lavora ancora a pieno regime.

Cosa succede invece in Italia negli stabilimenti Stellantis

Come detto in premessa, dal momento che anche all’estero pare che la situazione, anche se non a 360 gradi, è la medesima che in Italia, dovrebbe venire meno l’idea di smobilitazione che preoccupa operai e sindacati.

In Italia però non c’è solo la cassa integrazione largamene utilizzata e le lunghe pause delle attività a preoccupare. Il troppo utilizzo dei lavoratori somministrati per esempio è un problema.

Ed un po’ ovunque i sindacati ne richiedono la stabilizzazione. SI tratta a tutti gli effetti di precari, su cui si abbatte in maniera più grave la produzione a basso regime così come le ripetute chiusure. Poi ci sono diversi accordi tra sindacati e azienda, che riguardano incentivi all’esodo volontario. E non parliamo solo dei contratti di espansione che il governo ha varato e che riguardano la generalità delle aziende e non solo quelle dell’Automotive.

Parliamo di incentivi alle uscite volontarie dall’azienda, con benefit in danaro offerti ai lavoratori per lasciare spontaneamente il loro posto di lavoro. Incentivi che nascono per i lavoratori più anziani di servizio e magari prossimi alla pensione, ma che sono spesso utilizzati anche dai giovani.

E c’è chi vede in queste cose, un chiaro piano di riduzione di organico mascherato da esodo volontario. A maggior ragione se si pensa che i vertici di Stellantis ritengono troppo alti i costi di produzione in Italia rispetto all’estero. Senza tralasciare poi il fatto che Stellantis, estinguendo un vecchio debito su cui si era impegnata con lo Stato Italiano (che concesse la garanzia alla banca erogatrice del prestito) a preservare l’occupazione nei suoi stabilimenti, ha mano libera per ridurre personale.

E come si sa, il costo del lavoro è la parte probabilmente più semplice da ridurre se una azienda vuole risparmiare sui costi di produzione. Basta mandare a casa gli operai.

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