Quarant’anni di polvere non sono bastati a cancellare il DNA di quella che, un tempo, veniva venduta come la “macchina definitiva”. In un garage dimenticato nel Regno Unito, Jonny Smith e il suo The Late Brake Show hanno scoperchiato un sarcofago di nostalgia, una BMW 528 del 1977, generazione E12, rimasta a marcire in silenzio dalla fine degli anni Ottanta.
Questa Serie 5 d’argento, agghindata con grafiche M Sport, è il simbolo di una BMW che stava cambiando pelle, traghettando il marchio dalla “antica” Neue Klasse all’identità moderna che oggi diamo per scontata.

Sotto il cofano non batte l’iniezione elettronica, ma il leggendario motore sei cilindri in linea M30 da 2,8 litri, equipaggiato con un carburatore Solex 4A1 DVG a quattro corpi. Parliamo di un pezzo d’ingegneria che all’epoca era fantascienza, oggi ridotto a un blocco di metallo rovinato dal tempo: il motore è bloccato, un cuore immobile che attende un miracolo.
Eppure, la struttura sembra aver resistito meglio della dignità degli pneumatici, quasi tutti a terra. Per tentare il risveglio è intervenuto Tony BMW, armato della sua “Can of Hope”, una sorta di flebo di benzina esterna che però nulla ha potuto contro i pistoni saldati ai cilindri.

Questa E12, ovviamente, merita il restauro. Non solo per Sarah, la figlia del proprietario, ma per la storia dell’auto, una BMW che probabilmente chiunque vorrebbe aver dimenticato in un garage in attesa di ritrovarla e recuperarla.

La prima Serie 5 è stata la pioniera dell’uso dei computer a Monaco, la prima con zone a deformazione programmata e un tetto progettato per non schiacciarti il cranio in caso di ribaltamento. È l’antenata analogica e testarda di tutto ciò che oggi chiamiamo “premium”. Tirarla fuori da quel buco non è stato solo un recupero, è stato un atto di giustizia contro un oblio immeritato.
