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Stellantis: la crisi dei semiconduttori è grave lo sostiene l’azienda

Stellantis e crisi dei semiconduttori, secondo l’azienda ci vuole ancora tempo.

Con buona pace dei lavoratori, dei sindacati e di chi è preoccupato per le ripetute chiusure degli stabilimenti e delle ripetute casse integrazioni, Davide Mele, Vice Direttore operativo di Stellantis Europa, non ha lasciato molte speranze.

La Sevel di Atessa, lo stabilimento ex Fca di Melfi, lo stabilimento di Pomigliano D’Arco, quello di Cassino Plant e via via tutti gli altri. La crisi dei microchip non fa sconti a nessuno, e come si è visto in questi giorni, riguarda le auto e i furgoni, riguarda tutti gli stabilimenti di Stellantis e pure quelli di importanti competitor come Toyota e Volkswagen.

E la crisi di questa componentistica oggi troppo necessaria per produrre veicoli, non è in via di risoluzione. Non è un triste presagio o una previsione di un demoralizzato lavoratore di Stellantis, ma è ciò che emerge dalle dichiarazioni di Davide Mele, Vice Direttore operativo di Stellantis Europa.

La crisi dei microchip, nessuna soluzione all’orizzonte

Come si legge anche su Quattroruote, il convegno “Un patto strategico per l’Automotive alla sfida della transizione”, evento organizzato dalla Fim-Cisl a Torino, è stata occasione per ascoltare Davide Mele, il Vice Direttore operativo per l’Europa, di Stellantis.

E naturalmente, visto l’andazzo, il discorso non poteva che finire sulla crisi della componentistica. Una crisi che non sembra prossima alla soluzione, e Mele non lo ha certo nascosto.

 “Situazione difficile, nessuna soluzione immediata per la crisi dei chip”, queste le eloquenti parole del rappresentante di quello che resta il quarto produttore mondiale di auto dopo la fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e PSA.

Azioni e interventi aziendali volti a risolvere la crisi dei microchip sono ancora lontani dall’essere realizzati.

Anche Stellantis travolto dalla carenza di approvvigionamenti dei semiconduttori

La crisi dei microchip al momento riguarda diversi settori industriali e soprattutto l’Automotive ne è tremendamente travolto. I microchip, per scelte aziendali piuttosto discutibili, da anni sono importati sia in Europa che in America, dall’Asia.

Paesi come Taiwan, come la Cina o la Corea, sono quelli da cui le industrie automobilistiche occidentali si approvvigionano da anni ormai. Ed è da lì che parte la crisi, che il Covid, i focolai e i contagi nelle fabbriche asiatiche, ha accentuato in maniera esponenziale.

E nell’Occidente non si trova una soluzione, anche se in cantiere ci sono progetti e iniziative che però sono allo stadio embrionale, perché ci vuole tempo. E la situazione nelle fabbriche italiane non può permettersi tempo.

Lo dimostra la situazione alla Sevel di Atessa, dove nonostante rassicurazioni e  acqua sul fuoco alle polemiche che l’azienda sempre adotta, c’è un problema serio. Poco meno di 1.000 lavoratori dello stabilimento in provincia di Chieti, rischiano seriamente il posto.

Primo perché si tratta di precari (sarebbero oltre 300 gli interinali che adesso rischiano di non avere il contratto rinnovato), e poi perché con la riduzione delle produzioni e con il taglio dei turni, sempre per via della carenza di semiconduttori, la cassa integrazione sarà una costante.

Cosa pensano di fare i vertici aziendali per la crisi dei semiconduttori

“Stiamo mettendo attenzione massima per individuare le azioni da mettere in piedi, ma non si trova una soluzione da un giorno all’altro. Lavoriamo 24 ore al giorno ma dobbiamo gestire la contingenza temporanea, dobbiamo adattare la nostra competitività allo stato attuale della fornitura. Nonostante tutto questo, continuiamo nel nostro impegno di investimenti e raggiungimento degli obiettivi della fusione”, sono queste le parole utilizzate dal Mele, che in estrema sintesi significano che con questa situazione occorrerà fare i conti ancora per molto tempo.

Il quadro dell’attuale situazione affrontata dal settore automobilistico non è delle migliori, ed anche le parole del Vice Direttore operativo di Stellantis per l’Europa sono lì a dimostrarlo. Parole che sono arrivate in concomitanza con un nuovo stop alla produzione alla Sevel di Atessa.

Alla Sevel di Atessa situazione grave

Nello stabilimento della Società Europea Veicoli Leggeri in Abruzzo, dove si producono furgoni come il Fiat Ducato, lo stop arriva fino al 21 settembre.

E parliamo della principale fabbrica di furgoni non in Italia, ma in Europa. “La pandemia ha condizionato pesantemente l’industria automobilistica, che alla ripartenza ha visto un tasso d’inflazione delle materie prime significativo e l’inaspettata mancanza di microchip”, così Mele ha tirato dentro inevitabilmente anche la pandemia come causa di questa situazione.

Pandemia, microchip e mercato, cosa mina Stellantis

“Il mercato sta facendo fatica a ripartire, c’è un trend negativo: siamo ancora sotto del 25% rispetto a una condizione naturale del mercato” così si è espresso Mele che ha esteso il discorso a livello globale su Stellantis, parlando sia di Italia che di Europa.

Sui semiconduttori poi, il rappresentante di Stellantis tra le righe ha pure detto che la crisi li ha un po’ spiazzati, perché si credeva durasse poco. Invece è più pesante del previsto, e soprattutto, ha messo in luce la scarsa capacità di adattamento della filiera nell’approvvigionamento dei semiconduttori.

È vero che tutti insieme i problemi hanno causato questa situazione, ma secondo il Vice Direttore Mele, “bisogna distinguere la crisi contingente, come risultato della pandemia e della carenza dei semiconduttori, da un disegno di piano strategico che ci accompagnerà almeno nei prossimi dieci anni”. Infatti il piano di rilancio aziendale di Stellantis, per tutti i suoi brand, è di lunga durata, perché si punta al 2030.

E pure l’Italia è centrale nel progetto a medio lungo termine di Stellantis. Sempre secondo il rappresentante dell’azienda,  “il piano da 5 miliardi sull’Italia, lanciato nel 2019, è in fase di implementazione: stiamo continuando a investire sul futuro. Il secondo step, che ci permetterà di arrivare al 2030, è in fase di sviluppo: verrà condiviso con fornitori, parti sociali e governo nel momento della maturazione. È un piano a step che stiamo condividendo con la trasparenza necessaria”.

La transizione energetica l’unica soluzione al rilancio

L’ultimo accenno a piani produttivi da parte dei vertici aziendali è del luglio scorso. Per questo le parole del Vice Dicrettore operativo di Stellantis, Claudio Mele, sono molto importanti per rinverdire le notizie provenienti dall’azienda.

Il gruppo infatti pare seriamente intenzionato ad  anticipare la transizione elettrica. Lo scorso luglio durante la presentazione dei risultati del primo semestre 2021, arrivarono notizie che riguardavano la transizione elettrica. I 4 modelli di auto elettriche da produrre a Melfi dal 2024 o la Gigafactory di Termoli, nuova fabbrica di batterie per veicoli elettrici in Italia, sono lì a dimostrare dove voglia puntare Stellantis, anche per la nostra Penisola.

“Sarà importante elaborare un’offerta sostenibile da un punto di vista non solo ecologico, ma anche economico, Stellantis ha le conoscenze per essere leader, non follower, e per questo stiamo procedendo in modo serrato per prendere decisioni concrete da portare a termine il più rapidamente possibile”, così si è espresso Mele che ha pure detto di sì alle richieste dei sindacati di aprire un tavolo permanete su Stellantis insieme alle istituzioni.

Da tempo i sindacati chiedono l’apertura di un tavolo ma dal governo e dal Ministero dello Sviluppo Economico non ci sono state ancora risposte. Indiscrezioni però sembrano indicare che sarà presumibilmente per la metà di ottobre che il governo programmerà questa riunione con i vertici di Stellantis e con le parti sociali.

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