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Aumento IVA: altrove l’acquisto delle auto è crollato

In Giappone hanno aumentato l’IVA, ma i risultati non sono stati quelli sperati

Aumento IVA

Quali ripercussioni avrebbe l’aumento Iva in Italia? Dell’imposta sul valore aggiunto se ne parla spesso, tra chi crede sia giusto incrementarla per ridurre il debito pubblico e chi, invece, ritiene sia veleno.

Da una parte l’immagine comunitaria ne beneficerebbe, dall’altra però ci rimetterebbe il commercio interno. In cambio di una maggiore tolleranza dei grandi capi di Governo, ne pagherebbero le conseguenze i piccoli-medi esercizi.

Ma dove sta la verità? Davvero l’Iva nuocerebbe all’economia del Belpaese? Fino a prova provata è naturalmente impossibile emettere verdetti assoluti, qualsiasi Nazione ha delle prerogative uniche, difficili da delineare e, a maggior ragione, replicare. Le indagini empiriche forniscono però certamente una misura indicativa degna di considerazione, in quanto sintomatiche dei reali pericoli.

Aumento IVA: l’effetto del rincaro in Giappone

L’esempio qui analizzato appartiene a un Paese lontano, nei modi e nelle tradizioni del nostro. Meglio specificarlo subito, prima di incorrere in fraintendimenti.

Si tratta del Giappone, terra storicamente florida di Case costruttrici, in primis la Toyota, il marchio numero uno del settore a livello mondiale anche lo scorso anno, come riportato nella classifica Best Global Brands, stilata dalla Interbrand sulla base di diversi parametri capaci di condizionare il relativo valore economico: il rendimento finanziario dei propri prodotti o servizi; l’abilità di influenzare i processi di acquisto; la forza competitiva; la fidelizzazione della clientela; il saper generare profitti sostenibili nel tempo.

Ebbene, nel 2019 la cessione di nuovi veicoli (esclusi i mini) nello Stato asiatico ha dato segnali sconfortanti. Nello specifico, sono calate dell’1,9 per cento le consegne con 3,28 milioni di autovetture, camion e bonus.

A comunicare i dati l’associazione concessionari auto giapponesi (Jada). L’attività è stata tendenzialmente positiva nei primi nove mesi, poi i volumi sono diminuiti in relazione all’aumento dell’Iva, avvenuto lo scorso 1° ottobre (dall’8 al 10 per cento). Se a novembre le vendite si sono attestate su cifre inferiori, dicembre è stato il mese più buio, tanto da scaturire un crollo del 9,5 per cento su base annua, a 226.951 unità.

Il peggior calo in Giappone

Analizzando i vari brand auto, Nissan ha subito i peggiori contraccolpi: le sue vendite annuali nel mercato nazionale hanno registrato un pesante -13,8 per cento in volume. La compagnia alleata della transalpina Renault accusa principalmente un grosso problema riguardante l’assetto societario. Ha perso infatti notevole reputazione in seguito al caso Ghosn.

L’ex CEO è stato autore di una rocambolesca fuga dal Giappone, dove si trovava in libertà vigilata in attesa di un processo per appropriazione indebita. Al contrario, il colosso Toyota ha innalzato i volumi commerciali annui (+3,1 per cento), specialmente grazie all’affermazione del suo marchio di lusso Lexus. Honda ha accusato un meno 5,4 per cento. Stabile Mitsubishi Motors, il terzo membro della partnership Renault-Nissan.

Dopo una serie di rinvii, l’incremento dell’imposta sui consumi (dall’8 al 10 per cento) in Giappone è accaduto alla mezzanotte dello scorso 1° ottobre. I prezzi sono stati opportunamente corretti nei cosiddetti Konbini, minimarket aperti 24 ore su 24 e diffusi lungo l’intero arcipelago, che tempestivamente avevano già predisposto da alcuni giorni i cartellini con i nuovi importi.

Aumento IVA: incentivi a tempo determinato

Contemporaneamente, onde evitare una contrazione della domanda, il Ministero dell’Economia del Commercio e dell’Industria ha introdotto degli incentivi a tempo determinato per sollecitare gli acquisti cashless, perlopiù nei piccoli-medi punti vendita.

Con la manovra, l’accordo sottoscritto per abbattere i dazi con l’Unione Europea e la Sayonara tax, il 2019 ha dato il là a un rinnovamento fiscale. Da maggio il Giappone è entrato nella “Reiwa”, una nuova era imperiale che coniuga i concetti di armonia e bellezza.

La netta flessione ha interrotto un periodo di apparente tranquillità. Nelle prime settimane, infatti, la popolazione locale sembrava avesse correttamente assorbito la manovra finanziaria. E le avvisaglie negative venivano troppo frettolosamente attribuite alla guerra internazionale sui dazi. Qualcuno, a onor del vero, paventava uno scenario catastrofico: col senno del poi sapeva purtroppo il fatto suo.

Introdotta oltre trent’anni fa, l’Iva ha sempre suscitato sfiducia nei consumatori nipponici, forse perché i precedenti rialzi dell’aliquota sono stati ricondotti non solamente ai rincari della merce ma pure a brusche frenate dell’economia.

Lo scorso settembre l’indice di popolarità del potere esecutivo era calato di qualche punto. Poi, l’aumento di ottobre, forse perché preparato con parecchia attenzione dallo staff del premier Shinzo Abe non sembrava avesse scaturito spinte recessive, finché nel trimestre finale tutto è andato allo sfacelo.

Le cause del tracollo

Stabilire un’unica causa è quasi certamente figlio di una visione limitata, per non dire estremamente limitata. Detto ciò, le autorità avrebbero forse dovuto prendere in esame il recente passato, nel dettaglio il fallimento del 2014. Già allora ebbe grossomodo luogo lo stesso svolgersi degli eventi. Nel momento in cui l’Iva crebbe dal 5 all’8 per cento si verificò una recessione, successivo al trimestre brillante appena precedente. Memore del ribasso nei consumi, il premier Shinzo Abe ha aspettato che sopraggiungesse il momento giusto.

Saggiamente ha posticipato di un quadriennio l’ulteriore aumento della pressione fiscale indiretta, pattuita dalle maggiori fazioni politiche. Stando ai dati raccolti sul PIL, preannunciavano l’esito positivo in questa occasione. A differenza di quel che succede altrove, Abe è riuscito a spuntarla nelle recenti elezioni per la Camera Alta benché le opposizioni sostenessero la loro contrarietà di fronte a un più elevato carico erariale.

Gli osservatori evidenziavano che l’atteggiamento contrario non ha destato concreti sviluppi per una sfilza di motivi. Anzitutto di ordine generale, dalla ridotta affluenza alle urne al persistente appeal della stabilità, fino alla presa governativa sui media.

Inoltre, è successo qualcos’altro in Giappone, assolutamente impensabile in altre parti del mondo: i cittadini hanno preso consapevolezza di dover adottare accorgimenti per sostenere il debito pubblico a garanzia della copertura delle cospicue spese per le pensioni e il welfare. Uno sforzo vano, visti i risultati: che l’Italia abbia da prendere a lezione?