Dreame produceva (e produce) in Cina aspirapolvere. Per un momento, anche abbastanza lungo, ha fatto anche automobili, o almeno ci ha provato. La divisione automotive dell’azienda cinese, che aveva promesso di sbarcare in Australia e Nuova Zelanda già all’inizio del 2027, ha chiuso i battenti a meno di un anno dai suoi annunci più roboanti.
La parabola è stata breve e spettacolare. Ad aprile, a San Francisco, Dreame aveva presentato la Nebula Next 01 Jet Edition: un’hypercar elettrica con un sistema definito “a motore a reazione” capace, secondo le promesse dell’azienda, di scattare da 0 a 100 km/h in 0,9 secondi, il che l’avrebbe resa l’auto elettrica più veloce al mondo.
Il SUV 01X e la hypercar standard Nebula Next 01 si fermavano a 1,8 secondi, eguagliando una Rimac Nevera. In cantiere c’erano anche batterie a stato solido, fibra di carbonio blu e un sistema di guida autonoma di livello 3+. Sembrava una lineup da far tremare i polsi. Nella realtà, un castello di promesse crollato nel giro di pochi mesi.
Secondo China Economic Net, la divisione automotive di Dreame aveva raggiunto quasi 1.000 dipendenti nel momento di massima espansione. Oggi ne conta poche decine, molte delle quali non impegnate nello sviluppo di veicoli ma nel fundraising per la nuova struttura aziendale. I licenziamenti sono arrivati in ondate successive, lasciando gli uffici sostanzialmente vuoti.
Dreame non ha dichiarato esplicitamente l’abbandono del progetto auto. La nuova comunicazione ufficiale parla di quattro aree di focus: prodotti per la casa intelligente, prodotti outdoor, mobilità smart con veicoli elettrici a due ruote, e robotica. Le automobili, semplicemente, non compaiono più.
A marzo, il responsabile marketing Ma Long aveva garantito che Australia e Nuova Zelanda erano “una priorità strategica fondamentale” per le ambizioni automotive dell’azienda. Una regione con guida a destra scelta come primo mercato di lancio, una mossa coraggiosa per un costruttore che non aveva ancora avviato la produzione in serie di nemmeno un veicolo.
Non è chiaro a che punto fossero arrivati realmente i lavori prima dello stop definitivo. Le promesse tecniche erano da primato mondiale. L’organizzazione industriale, evidentemente, un po’ meno.






