A distanza di anni, il Dieselgate di Fiat Chrysler Automobiles torna a finire al centro dell’attenzione. Non per nuove accuse sulle emissioni o per sviluppi arrivati dagli Stati Uniti, ma per una vicenda che riguarda gli azionisti europei di FCA e che adesso coinvolge direttamente Stellantis, erede del gruppo dopo la fusione con PSA.
A muoversi è la Fiat Chrysler Investors Recovery Stichting, fondazione olandese conosciuta come FCIRS, che da tempo porta avanti le richieste di alcuni investitori. Nel mirino c’è il periodo compreso tra il 13 ottobre 2014 e il 23 maggio 2017, quando le azioni Fiat Chrysler erano quotate anche alla Borsa di Milano e negli Stati Uniti cominciavano a emergere i problemi legati alle emissioni di alcuni modelli diesel.
Secondo la fondazione, chi aveva investito in FCA in quegli anni potrebbe aver subito delle perdite anche per il modo in cui furono comunicate al mercato alcune informazioni sulla vicenda. Ed è proprio su questo terreno, più finanziario che automobilistico, che il caso continua ancora oggi. Una battaglia che non è nuova, ma che nelle prossime settimane dovrebbe vivere un’altra tappa importante.
Stellantis: torna d’attualità il Dieselgate di FCA
Secondo quanto reso noto dalla FCIRS, il 5 ottobre 2026 dovrebbe essere discusso davanti alla Corte d’appello di Amsterdam il ricorso contro la decisione arrivata nel luglio dello scorso anno. È bene precisare che la data è stata comunicata dalla stessa fondazione e al momento non risulta una nota pubblica altrettanto dettagliata della Corte olandese.
La causa, comunque, non è ancora arrivata al confronto sulle eventuali responsabilità di FCA nei confronti degli azionisti. Nel 2025 il procedimento si era infatti fermato sull’ammissibilità della fondazione. I giudici avevano sollevato questioni relative alla sua capacità di rappresentare gli investitori, alla struttura dell’organizzazione e al finanziamento dell’azione.
L’appello servirà dunque a capire se la FCIRS potrà continuare su questa strada. Solo successivamente, qualora il ricorso dovesse avere esito favorevole, potrebbe aprirsi il confronto vero e proprio sulle richieste avanzate dagli investitori.
La storia da cui nasce tutto è molto più vecchia. Negli Stati Uniti erano finiti sotto la lente alcuni Jeep Grand Cherokee e Ram 1500 con motore EcoDiesel 3.0 relativi agli anni modello dal 2014 al 2016. Nell’ottobre del 2015 l’Environmental Protection Agency aveva segnalato livelli di ossidi di azoto più elevati di quanto atteso durante l’utilizzo su strada.
FCA intervenne nei mesi successivi spiegando di aver effettuato verifiche sui propri veicoli diesel. Il gruppo affermò allora che le vetture non disponevano di sistemi capaci di riconoscere una prova di laboratorio e modificare di conseguenza il funzionamento dei dispositivi destinati al controllo delle emissioni.
Il caso prese però una piega più seria nel gennaio del 2017, quando l’EPA contestò formalmente a FCA la mancata comunicazione di alcuni dispositivi ausiliari utilizzati nella gestione delle emissioni. Il 23 maggio 2017 arrivò poi anche la causa del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Secondo le accuse formulate all’epoca, alcune funzioni presenti nel software avrebbero potuto ridurre l’efficacia dei sistemi antinquinamento quando i veicoli si trovavano nella normale circolazione stradale.
La questione finì inevitabilmente per avere ripercussioni anche fuori dal terreno strettamente automobilistico. A interessarsi alla vicenda fu infatti la Securities and Exchange Commission, che concentrò la propria attenzione sulle comunicazioni diffuse da FCA mentre erano già in corso le interlocuzioni con le autorità ambientali americane.
Secondo la SEC, alcune dichiarazioni non avevano fornito agli investitori un quadro sufficientemente completo delle verifiche che la società stava effettuando e delle contestazioni sollevate negli Stati Uniti.
Nel settembre del 2020 FCA accettò di versare 9,5 milioni di dollari per chiudere il procedimento con l’autorità finanziaria americana, senza ammettere né negare le conclusioni della SEC.
Ed è soprattutto da questo filone che nasce la partita oggi ancora aperta in Europa. A quasi dieci anni dai fatti, la vicenda che coinvolse i diesel Jeep e Ram torna così indirettamente a interessare Stellantis. Prima di sapere se gli investitori potranno realmente avanzare le proprie richieste di risarcimento bisognerà però vedere cosa decideranno i giudici olandesi sul ricorso della FCIRS.


