La prima gara della 24 Ore di Le Mans ha avuto luogo il 26 e 27 maggio 1923 e da allora si è disputata tutti gli anni nel mese di giugno, ad eccezione del 1956 (in luglio) e del 1968 (quando venne disputata a settembre a causa dei famosi tumulti politico sindacali del “maggio francese”) e degli anni in cui, per ragioni economiche (1936) o per la seconda guerra mondiale (dal 1940 al 1948) non ha avuto luogo.
Da tradizione la gara iniziava il sabato alle 15 per terminare alla stessa ora del giorno seguente, con le immancabili eccezioni del 1968 e del 1998 (quando il via viene dato alle 14), su un tracciato semi permanente di oltre 13 chilometri che utilizza per buona parte la rete stradale aperta alla normale circolazione per tutto il resto dell’anno. Normalmente alla competizione si presentano vetture di varie categorie, suddivise in quattro diverse classi, dai prototipi progettati appositamente per questa corsa, fino alle auto di serie: la vittoria complessiva viene assegnata all’auto che riesce a coprire la maggior distanza in 24 ore continuate di corsa.
Sin dalle origini, la gara prende il via con quella che oggi è diventata nota come la “partenza Le Mans”, ovvero con vetture allineate su un lato della pista ed i piloti sul quello opposto ad attendere lo sventolio della bandiera per attraversare la pista e correre verso l’abitacolo della propria vettura. La procedura, però, con l’introduzione delle cinture di sicurezza, diviene alquanto pericolosa poiché i piloti, per non perdere tempo, partono senza allacciarle, attendendo la prima sosta meccanica a cui affidare il compito. Successivamente, la partenza dal lato della pista viene sostituita da una partenza in corsa, come avviene alla Indianapolis.
In questo contesto l’Alfa Romeo esce dagli anni Venti con un’immagine di notevole prestigio: nel 1930 Vittorio Jano intraprende lo studio di un nuovo motore da 8 cilindri con alesaggio (65 mm) e corsa (88 mm) della “6C 1750”. Lo sviluppo porta ad un 8 cilindri in linea biblocco costruito in lega leggera, con il comando della distribuzione a doppio albero a camme in testa posto al centro fra i due gruppi cilindri. L’alimentazione viene assicurata da un carburatore invertito e da un compressore volumetrico (con potenza 142 CV a 5000 giri/min.).
La 24 Ore di Le Mans, sul finire degli anni Venti acquista notevole risonanza internazionale, soprattutto in Gran Bretagna; l’occasione è ghiotta per il lancio su una piattaforma eccezionale della nuova 8 cilindri, al punto tale che l’Alfa allestisce una serie di torpedo a 4 posti sul telaio a passo lungo di 3100 mm, con potenza elevata a 155 CV, appositamente allestite per la gara francese.
L’esordio avviene nel 1931 con due “8C 2300 Le Mans”, una, col numero di gara 16 affidata all’equipaggio inglese Lord Howe-Henry Birkin che vince la gara alla media di 125,735 km/h, l’altra alla coppia Marinoni-Zehender, che si ritira per incidente alla nona ora di corsa.
Quelle torpedo, eleganti nella loro carrozzeria allestita dalla Touring di Milano e con potenza incrementata a 165-180 CV, replicano il successo nel 1932 con l’equipaggio Sommer-Chinetti e, nei due anni successivi, con Nuvolari-Sommer (1933) e Chinetti- Etancelin nel 1934): un Luigi Chinetti protagonista, quindi (nel 1949 vincitore anche con la 166MM della Scuderia Ferrari), tra i primi a legare il suo nome a quello della corsa, inizialmente come pilota, poi come Team Manager.
L’Alfa del quadriennio d’oro viene ricordata da tutti come un’auto leggendaria e inimitabile, il meglio che la tecnologia dell’epoca potesse esprimere non solo per le vittorie alla Le Mans, ma anche, dopo la quaterna d’inizio decennio, per il prestigioso secondo posto a Le Mans del 1935 e per le due vittorie nella 24 Ore di Spa (1932-‘33), i tre successi consecutivi alla Targa Florio (1931-‘32-‘33) e alla Mille Miglia (1932-‘33-‘34).

Nella Storia della Corsa vi è poi una delle più sensazionali vetture d’anteguerra: quella allestita nel 1938 dalla Touring sul telaio a passo corto (2800 mm) tipo Mille Miglia della “8C 2900B”. L’auto è una berlinetta aerodinamica che diviene protagonista della XV edizione della gara con l’equipaggio Raymond Sommer-Clemente Biondetti. Costruita sul telaio n° 412033 (sul quale viene installato il motore n° 422022 da 8 cilindri in linea biblocco con distribuzione bialbero in testa da 2926 cm³ alimentato da due carburatori e due compressori da220 CV a 5500 giri/min) è strettamente derivata da quella della monoposto Grand Prix “8C” del 1935. L’esemplare unico presenta una speciale carrozzeria Superleggera costituita da una gabbia reticolare in tubi e profilati di acciaio speciale, lastrata poi con lamiera in lega d’alluminio di vario tipo per far fronte alle sollecitazioni previste nelle diverse zone della scocca. Per ridurre il peso della carrozzeria (dichiarato in soli 180 kg), i finestrini laterali e il lunotto furono realizzati in plexiglas.
In termini aerodinamici, la vettura interpretò al meglio le conoscenze del tempo per quanto riguardava il coefficiente di penetrazione, secondo la formula allora assai evoluta dell’ “ala spessa” nella parte inferiore del veicolo, sulla quale figura una “torretta-abitacolo” profilata secondo le teorie di Kamm e di Jaray. La velocità massima dichiarata di 220 km/h le consente il miglior tempo sul giro alla Le Mans (154,783 km/h) e anche nell’enorme distacco (14 giri, pari a 189 chilometri) che l’Alfa Romeo “8C 2900B” seppe infliggere alla seconda concorrente (la Delahaye “135 S” dei francesi Chaboud-Trémoulet) ma che non le bastarono per aggiudicarsi la corsa poiché al giro 219 la vettura dovette ritirarsi per un guasto al motore.